…Il ruolo della co-operazione nella relazione terapeutica
Una
buona relazione terapeutica consiste in una relazione che potremmo
definire “amichevole”, tra due pari, secondo l’idea di Adler che pensava
allo psicologo come
“l’amico che ne sa di più” ed affianca con intelligenza e costante
presenza il paziente (Fusaro, 2003).
Soltanto se il paziente si sente sicuro nella relazione con lo
psicologo, potrà svilupparsi la cooperazione tra lui e il terapeuta; fin
dall’inizio dell’intervento devono essere prese tutte le misure
necessarie per favorire il clima di fiducia (Ansbacher, Ansbacher,
1956).
Come
Adler afferma “la funzione dello psicologo è quella di mettere il
paziente nella condizione di vivere un’esperienza di amicizia” ed il
trattamento psicoterapeutico può essere definito come un esercizio e una
prova di cooperazione che può concludersi positivamente solo se c’è un
sincero interesse per gli altri. (Ansbacher, Ansbacher, 1956, pag.379).
Il
paziente infatti deve poter sperimentare una relazione autentica,
adulta, reale, nella quale possa viversi come individuo portatore di
valore, di significato, di un progetto di vita. Grandi (2002)
Anche il setting deve essere strutturato in maniera da favorire la
cooperazione.
Sia
il terapeuta adleriano sia il paziente siedono uno di fronte all’altro,
con le sedie allo stesso livello.
L’adleriano non si sottrae alla contingenza dell’incontro, egli sceglie
di essere visibile, di non sottrarsi allo sguardo e permette al paziente
di utilizzare tutto di lui, anche i movimenti del corpo, la postura e
l’espressione del viso. Il terapeuta adleriano si presenta come una
“persona”.
Prendendo le distanze dal modello medico, l’adleriano è contrario,
quindi, a conferire allo psicologo il ruolo di attore (onnipotente,
onnisciente e misterioso) e al paziente il ruolo di individuo su cui si
agisce. Il terapeuta si colloca all’interno del gioco analitico; il qui
ed ora si traduce in occasione per realizzare l’incontro di due sé
autentici, incontro dialettico e progettuale (Grandi, 2002, pag.141).
Il
concetto di terapeuta anonimo è estraneo alla psicologia adleriana,
infatti un simile ruolo aumenterebbe la distanza sociale tra i due
attori e non sarebbe possibile la “co -operazione” l’operare insieme.
Nella concezione adleriana questo implica la partecipazione attiva del
terapeuta, coagente unitamente al paziente, nel processo terapeutico
(Grandi, 2002, pag. 137).
In
ogni seduta, bisogna valutare se il paziente stia cooperando o no; ogni
gesto, espressione o cosa che dica o non dica, può rappresentare un
segnale (Ansbacher, Ansbacher, 1956). Questo è molto importante in
quanto la cooperazione, indispensabile per il buon esito di un
intervento, implica un allineamento degli obiettivi.
Le
resistenze che il paziente mette in atto nel processo terapeutico e che
vanno a minare la cooperazione tra i due attori, coincidono, per Adler,
con la mancanza di coraggio da parte del soggetto.
Tale
mancanza esprime un sentimento sociale povero; incoraggiare significa,
come sappiamo, attivare tale sentimento comunitario.
L’obiettivo
della terapia nella pratica adleriana coincide allora con la
modifica dello stile di vita del paziente che dovrà sperimentare un
accresciuto sentimento sociale e quindi una maggiore capacità di
relazionarsi con gli altri in modo cooperativo. Tale cambiamento lo
porterà a vivere in maniera più armonica anche i compiti della vita.
La
cooperazione, quindi, oltre ad essere lo strumento
attraverso il quale paziente e terapeuta sperimentano quella relazione
amichevole di cui parla Adler e che rappresenta la premessa
indispensabile per un trattamento di successo, diventa anche
obiettivo dell’intervento.
L’accrescimento delle capacità cooperative di un individuo porta
necessariamente con sé un aumento del sentimento sociale, caratteristico
di un’organizzazione di personalità adulta e sana.
Il
rafforzamento di tale sentimento deve partire da un qualsiasi rudimento
ancora presente, entrarvi in contatto, rafforzarlo fornendo
l’esperienza di un amico attraverso la cooperazione nel compito comune
della terapia; successivamente l’analista deve far confluire il
sentimento sociale, nuovamente ridestato, anche verso gli altri. Adler
considera questo procedere come la “tardiva assunzione della funzione
materna” e come afferma Mosak (1995) la psicoterapia si può anche
definire come un’impresa cooperativa d’educazione.
Per operare un confronto tra teoria e
prassi psicoterapeutica abbiamo svolto alcune interviste rivolte a degli
analisti e terapeuti dell’istituto A.Adler di Torino che hanno appunto
co-operato.
Dal
contributo dei terapeuti intervistati sembra davvero emergere una
piacevole corrispondenza tra i fondamenti teorici della
Psicologia Individuale e la prassi che rivela, attraverso la
relazione, sia essa in ambito clinico, aziendale o socio-educativo,
l’importanza e la difficoltà di vivere con l’altro un’esperienza di
cooperazione, esperienza che si connota come percorso trasformativo e
formativo. La capacità cooperativa viene quindi intesa come la
caratteristica di un’organizzazione di personalità adulta e sana che
deve appartenere al terapeuta, il quale viene a delinearsi come la
persona che rende possibile, facilita, l’incontro e ne presidia la
qualità. Si potrebbe definire la cooperazione come uno “stile”, stile
che deve essere proprio del terapeuta.
Come
spiega L.G. Grandi nell’intervista “Il buon terapeuta dovrebbe avere
nello stile di vita l’attitudine alla cooperazione, poiché il terapeuta
dovrebbe essere in grado di realizzare quell’incontro che non è
accondiscendenza, ma comprensione delle caratteristiche della persona,
del suo stile di vita. Il terapeuta non cooperativo rischia di fare un
lavoro tecnico.
Se
il paziente può cambiare anche attraverso l’esperienza che fa del
proprio analista, ne consegue che quest’ultimo deve esprimere attraverso
la sua condotta, il suo pensare ed il suo “sentire”, uno stile di vita
“impregnato” di sentimento sociale e deve poter concepire il proprio
lavoro come un “servizio”.
Il
terapeuta che si pone al servizio del paziente,ricorda L.G.Grandi (1995)
deve sentirsi impegnato al confronto costante con gli altri, con quello
spirito di cooperazione orientato non ad affermare la propria
superiorità bensì ad accogliere l’altrui esperienze, il tutto
nell’ottica della crescita personale.
Si
può allora riflettere circa il titolo di questa comunicazione
“psicoterapia: potere o servizio” e domandarsi se non possa avere senso
parlare di Potere del Servizio nella nostra professione.

Copyright ©
2005 International Association of Individual
Psychology