L’incoraggiamento come strategia terapeutica
Gabriella Imperiale
Psicologa
Scuola S.A.I.G.A.
Torino - Italia
e-mail:
gabriella.imperiale@libero.it
Il tema di questo congresso mi ha
portato a pensare che il potere, in ogni cultura e in ogni tempo, è
sempre stato nella mani di coloro che sanno, che conoscono. E' la
conoscenza, intesa nel senso più generale del termine e nei campi più
diversi che permette da sempre di esercitare una qualsiasi forma di
potere.
La conoscenza certo non basta, per
lo meno non sempre, a garantire il migliore utilizzo delle informazioni:
la semplice conoscenza non garantisce sempre una buona “governans”.
Promuovere la
conoscenza, la conoscenza di sé, è quello che quotidianamente cerchiamo
di fare con i nostri pazienti quando ci impegniamo a smascherarne le
finzioni, analizzarne lo stile di vita, riorganizzarne le mete in
funzione di un accresciuto sentimento sociale.
E’ in
questi termini che, a mio avviso, “potere”
diventa sinonimo di “poter fare”, di “poter fare insieme a qualcuno”. E’
dunque la conoscenza di sé stessi, anche se ottenuta attraverso percorsi
spesso dolorosi, ciò che può restituire “potere” a chi ne è stato
sprovvisto per molto tempo.
Mi propongo oggi di sottolineare come la tecnica adleriana
dell'incoraggiamento permetta al paziente di passare dal potere inteso
come potenza o prestigio personale al potere inteso come possibilità di
riprogettarsi.
Nello specifico viene presentato il
caso di F.: giovane tossicodipendente attualmente in una comunità di
recupero.
I fondamentali presupposti di cui
mi sono avvalsa avvicinandomi al caso sono state da un lato
l'affermazione di A. Adler nel “Il senso della vita” che recita
:"possiamo infondere coraggio perché partiamo da una psicologia dell'uso
e non del possesso…nella vita infatti si è inclini a trarre tutte le
conseguenze non dal possesso ma dall'uso di ciò che si possiede”,
dall’altro l’indicazione di Rovera quando afferma (in “Transmotivazione,
proposta per una strategia dell'incoraggiamento”) “è coraggioso chi
agisce senza mete fittizie, chi non perde troppo tempo a recriminare, a
compiangersi, a sviluppare comportamenti diretti ad ottenere la
compassione altrui; e ancora che il campo d'azione dell'uomo coraggioso
è quello sociale, dove azioni e motivazioni si confrontano” quindi
“incoraggiare un soggetto che presenti una crisi situazionale o di
crescenza, può ben essere rapportato ad un procedimento che miri a
restituire al soggetto la fiducia in se stesso e nelle sue possibilità,
il senso di appartenenza, le premesse per un mutamento di qualità della
sua vita”.
In quest'ottica il coraggio diventa
espressione del sentimento sociale differenziandosi dalle
“ipercompensazioni” del sentimento di inferiorità e dalla “condotta
coraggiosa” di colui che deve fronteggiare un determinato pericolo.
Partendo da questa griglia di
riferimento il caso trattato si presenta come un caso di grave
scoraggiamento.
Paradossalmente il paziente di cui
stiamo per parlare si sente estremamente potente nella sua eroica
condotta tossicomanica.
F., così lo chiameremo, è un
poliassuntore, arriva in comunità dopo altri tentativi di
disintossicazione in altre strutture e varie esperienze carcerarie
nonostante la giovane età.
I primi mesi di osservazione
aiutano a capire chi è il ragazzo spavaldo che si ha di fronte: F. ha un
intelligenza viva, la battuta sempre pronta e la sua ironia pungente è
spesso lo strumento che usa per dare sfogo alla sua aggressività che,
altre volte, viene espressa con modi meno sofisticati.
L’aggressività è lo strumento
principe che F. utilizza per avere la meglio sugli altri ospiti, per
esercitare il controllo sulle situazioni e non sentirsi troppo
minacciato.
Secondo la “cultura della strada”
il rispetto altrui si conquista attraverso una sorta di strategia del
terrore nella quale F. sembra essere un esperto.
F. sembra a disagio in un gruppo che propone modelli comportamentali e
valoriali diversi dai suoi.
Dopo qualche tempo, F. sembra completamente fuori posto e il confronto
“involontario” con il gruppo lo porta alla crisi.
F. dice “anche gli altri sbagliano,
ma sanno che stanno sbagliando, quando io faccio qualcosa non so mai se
è giusta o no, mi vergogno a dire che non so più cosa e buono e cosa no,
questo non succedeva quando ero per strada”.
La prima preoccupazione che F. porta nelle sedute è la sua paura di
essere diverso dagli altri, una diversità che lo fa sentire come lui
stesso dice “inferiore, più problematico”.
Il rapporto tra F. e il terapeuta
intanto comincia a crearsi con frasi di F. lasciate a metà, tra cose
dette e altre taciute che chiedono sempre di essere chiarite. Emerge
inoltre chiaramente che F. cerca un rapporto esclusivo con me, mette
tutti i giorni alla prova la mia “tenuta” e “controlla” che non mi
dimentichi di lui attraverso la scadenza di una serie di incombenze
medico- legali, F. si assicura che io sia all'altezza del compito.
Il lavoro con F. procede molto
lentamente. Dopo un primo momento di aperta sfida verso la comunità e
tutto quello che rappresenta, F. cambia registro, si sforza di
cominciare a fare le cose per bene è più collaborativo e soprattutto
esiste ora realmente una motivazione al cambiamento. In questa fase F.
diventa estremamente sensibile alle critiche, pretende che gli vengano
riconosciuti tutti i suoi successi ma non accetta che gli vengano fatti
notare errori o atteggiamenti scorretti che ancora utilizza. E’ in
questo momento che provo a restituire a F. che nonostante stia facendo
grandi sforzi in comunità per ottenere dei cambiamenti, certo quelli che
sono stati i suoi trascorsi, i suoi codici i suoi atteggiamenti
continuano a ripresentarsi poiché in qualche modo fanno parte di lui.
Noi sappiamo che infatti questo è il suo stile di vita.
Questa occasione permette di
restituire a F., in un momento in cui sento di poter osare, un’
immagine integrata, completa, fatta sia delle sue parti buone che
faticosamente F. sta cercando di recuperare o di costruire, sia di
quelle cattive che sta sforzandosi a tratti di nascondere a tratti di
sostituire con qualcosa di più adeguato e condiviso.
Entrambe le parti appartengono ad
F. ed entrambe le parti vengono accolte dal terapeuta. Come terapeuta mi
riprometto di far sperimentare al paziente che può essere accettato per
quello che è, per ciò che è stato e per ciò che vorrebbe e potrebbe
diventare.
Nei giorni successivi al colloquio
F. regredisce visibilmente, non si alza al mattino, insulta volutamente
gli altri ospiti, afferma che la comunità non è posto per lui: gli
educatori sono costretti ad intervenire dal punto di vista educativo con
delle limitazioni rispetto a dei piccoli “vantaggi” conquistati da F. in
quei mesi di comunità (niente tv la sera, pulizia solitaria dei locali
comuni ecc…)
In seduta
dice di aver pensato molto a quello che ci siamo detti,
mi spiega che per lui è stato umiliante
sentirsi smascherato, che si è vergognato molto e ha anche avuto una
fortissima voglia di bucarsi. In tutto ciò sento anche una strisciante
forma di ricatto o di avvertimento: le parole che F. non dice potrebbero
suonare più o meno in questo modo: “occhio a non spingerti troppo oltre
perché potrei annullare tutti i tuoi sforzi”. Mi chiedo cosa possa
essere “il troppo oltre” che sento di non dover oltrepassare. So che F.
ha ancora troppa paura del cambiamento, paura dello “svelamento”, paura
di affidarsi ed è ancora molto tentato dalla possibilità di sentirsi
meno inadeguato se pur in una dimensione patologica.
Il lavoro procede da un lato con la necessità di F. di avere qualcuno
che in qualche modo funzioni come uno specchio che rifletta la sua
immagine in modo nitido, affinché lui la possa vedere chiaramente
davvero, dall’altra con gli sforzi dello stesso F. di tenersi tutto
quello che lui per primo non ama di se.
Molte sedute sono caratterizzate da
lunghissimi silenzi, silenzi pesanti accompagnati da sguardi indagatori
di F. verso il terapeuta. Decido di interpretare quei silenzi: la mia
impressione è che siano l’espressione di “segreti taciuti da sempre” e
che ancora oggi pretendono di rimanere nel regno del non detto.
F. esplode in un pianto
imbarazzante che immobilizza, è un pianto che frena qualsiasi pensiero e
azione è come se tra me e lui si fosse aperto un baratro che diventa
ogni istante più profondo, F. sembra un bambino spaventato: resto ferma
nell'attesa di non so bene cosa, poi F. comincia a parlare tra i
singhiozzi, si nasconde il viso e racconta delle molestie sessuali della
madre nei suoi confronti subito dopo la morte del marito, molestie
dapprima subite che si sono trasformate poi in una vera e propria
relazione perversa: l’unica relazione che gli permette di sentire la
mamma vicina (F. aveva 8 anni), F. racconta anche della successiva
relazione incestuosa con la sorella più grande di lui di pochi anni.
E’ la prima volta in vita sua che
parla dell'accaduto. F. racconterà e rivivrà nelle sedute la relazione a
tre giocata ora all'insaputa della madre ora all'insaputa della sorella.
F. porta in seduta quelle che sono state le fantasie sessuali dalla sua
adolescenza in avanti e confessa “ho cercato di andare a letto con tutte
le mie zie, ci provavo spudoratamente, mi faccio schifo, mi sento un
perverso”, il tutto è intervallato da lunghi silenzi pieni di angoscia,
di amarezza, da sguardi che chiedono e indagano quanto ancora oltre può
spingersi, che indagano quanto il terapeuta è ancora in grado di
sopportare. Appare ora più chiara quella sensazione di F. di sentirsi
diverso, ci si spiega perché le relazioni di F. nella comunità sono
tutte estremamente seduttive, F. non riesce a tenere una distanza
adeguata tra sè e gli altri: o è troppo lontano o è troppo vicino.
Capisco anche la sua necessità di essere, come dice lui stesso
“riconosciuto”, di ricoprire finalmente un ruolo che non sia ambiguo.
E’ proprio nell’ambiguità che F.ha
vissuto il ruolo di figlio e di fratello.
Per quanto ha rivelato F. si sente
sporco, ha una forte paura del giudizio, ha una forte paura che per
questo suo passato non potrà mai essere accettato totalmente da
qualcuno.
Le sedute diventano molto faticose,
F. nei colloqui che seguono riduce molto le distanze, diventa
eccessivamente adulatorio.
La lettura adleriana del caso mi
suggerisce di capire che con quel fare seduttivo F. non cerca una
relazione sessuale con la terapeuta: sta chiedendo quella tenerezza
primaria e quell’accoglimento che sono mancati nella sua storia di bimbo
deprivato ed abusato. L’unico modo che conosce per cercare tutto ciò è
utilizzare un canale erotizzato.
Arriva il momento della crisi, F.
reagisce come sa, dopo giorni di atteggiamenti trasgressivi esce dalla
struttura e ricade se pur in modo episodico nell'uso di sostanze
stupefacenti e, dopo poche ore rientra in struttura visibilmente
alterato.
Quando più tardi chiederò ad F.
cosa lo ha fatto ritornare in comunità mi risponderà “ho pensato che
qualcuno qui mi avrebbe aspettato ho creduto che vi sareste preoccupati,
ho avuto troppa paura di deludervi”.
Dunque esiste ormai un legame, non
solo con il terapeuta, ma anche con la struttura e ciò che rappresenta e
con il gruppo dei pari.
La funzione del gruppo come
contenitore che accoglie e protegge ha anch’esso certamente giocato un
ruolo fondamentale: ha infatti permesso ad F. di interiorizzare una
sorta di famiglia buona, di luogo sicuro in cui tornare e verso il quale
assumersi delle responsabilità rispetto ai propri agiti, alle proprie
azioni. In tutto il lavoro con F. il gruppo ha avuto anche il ruolo
importante di evitare una eccessiva dipendenza dal terapeuta.
Il gruppo ha inoltre rinforzato in
molti momenti il ruolo che F. ha deciso di giocarvi all’interno,
assegnandogli un posto preciso, una collocazione stabile e soprattutto
per nulla ambigua.
Le sedute con F. riprendono dopo un
brevissimo periodo di sospensione, si ricomincia da dove si è lasciato.
Il racconto della relazione
incestuosa con la madre e poi con la sorella che è durata fino a quando
F. aveva 16 anni, permette ad F. di ri-narrare la sua storia senza
censure, di presentarsi con i suoi bagagli, di trovare uno specchio in
cui riflettersi e riconoscersi.
Il percorso di F. in comunità sta
per terminare. Oggi F. è un punto di riferimento importante per i
ragazzi che sono arrivati dopo di lui, è sempre il primo a dare un aiuto
a chi vive periodi di crisi, nutre un reale legame verso la struttura
che considera la sua casa, verso i ragazzi che chiama “i miei
fratellini” e verso gli operatori che a turno giocano il ruolo della
mamma, del papà o degli zii, figure parentali oggi finalmente affettive
ed accudenti.
Il percorso in comunità offre ad F.
la possibilità di fare per la prima volta un’esperienza incoraggiante in
termini adleriani. F. trova il coraggio insieme al gruppo e alla
terapeuta di guardare finalmente le sue profonde ferite, di “narrarle”
nel setting accogliente ed incoraggiante, di abbandonare così i suoi
vecchi codici e la propria cultura tossicomania che gli hanno fornito un
potere perverso, per riprendere di nuovo in mano la sua vita.
Oggi, come lui stesso dice, sceglie
di vederle, sceglie di prendersene cura anche se sa con certezza che le
cicatrici rimarranno.
In questo lungo e tormentato
viaggio F. ammette di aver tentato spesso in maniera più o meno
consapevole di nascondersi o scappare, ma ad un certo punto ha avuto la
certezza che qualunque cosa avesse detto o fatto c’era qualcuno disposto
non a compatirlo, ma ad aiutarlo e ad accoglierlo sul serio.
Il gruppo e lo stesso terapeuta
hanno posto delle richieste ad F. che lo hanno fatto sentire uguale agli
altri, non così inferiore, non così diverso.
Spesso dal canto suo F. ha tentato
di impietosire, di sfuggire, di commiserarsi: aver trovato qualcuno che
gli faceva delle richieste sane ha voluto significare per F. che
qualcuno credeva in lui, nelle sue capacità, nelle sue potenzialità.
Raccontare della sua relazione
incestuosa dà finalmente la possibilità ad F.di liberarsi da un orribile
segreto, di condividerlo con qualcuno, di presentarsi realmente
attraverso la sua storia, di poter scrivere sul diario della sua vita
pagine nuove.
F. comincia ad affacciarsi ora alla
vita, quella di “fuori”, quella che è fuori dal “mondo protetto” della
comunità; non abbiamo certezze, ma possiamo avere fiducia, è questa ora
la richiesta che F. ci fa e che sentiamo di poter e dover accogliere.

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