Il Sentimento Sociale e lo Straniero
G. Ghidoni
Lo straniero
Dimmi, uomo enigmatico La
bellezza?
chi ti ama di più?
L’amerei volentieri,
Tuo padre, tua madre, dea
e immortale.
tua sorella, tuo fratello?
L’oro?
Non ho né padre,
Lo odio come voi
né madre, né sorella,
odiate Dio.
né fratello.
Chi
ami dunque
I tuoi
amici?
insolito straniero?
Vi servite di una parola Amo
le nuvole…
il cui senso mi è
le nuvole che passano…
fino ad oggi sconosciuto. là in
basso…là in basso…
La tua
patria? le
meravigliose nuvole!
Ignoro in quale
latitudine si trovi.
C.
Baudelaire da Spleen de Paris, 1869
Riteniamo opportuno premettere subito che intendiamo usare
il termine straniero secondo due accezioni: per
indicare una potenzialità insita in noi che ha necessità di
evolversi, di confrontarsi, d’incontrare, di cambiare, di
farsi conoscere interagendo dialetticamente con il
sentimento sociale e per riferirmi alla problematica dei
flussi migratori che modificano per il loro essere
l’identità sociale e individuale.
Ci pare assai pertinente inoltre ribadire l’Individualpsicologia
come pensiero in progress: impossibile
pertanto fermarlo, definirlo e renderlo statico. Ogni evento
analizzato, umano o sociale, richiede, per essere capito,
continue connessioni, svelamenti e contestualità.
L’adlerismo è un metodo di lavoro inquieto ma rigoroso che
ha attenzione continua al presente definito in un cammino
creativo orientato sempre a nuove mete e prospettive.
Sia che si tratti del luogo clinico o di quello
sociopedagogico, lo stile di vita individuale ha una
verità da perseguire che si attua con il coraggio di
scendere nell’agorà dove il confronto riduce
l’ambivalenza innalzando la responsabilità come principio
fondamentale che garantisce la partecipazione alla vita
comunitaria.
Oggi, il vivere nella nostra società, comporta conflitto,
ansia, un perenne senso di insicurezza, disorientamento e la
conseguente precarietà e volatilità dei progetti, pertanto
avvertiamo intensamente la necessità di posizionarci, di
rassicurarci trovando il tempo per elaborare, interrogarci
e riflettere.
Il senso dell’inadeguatezza potrebbe spingerci verso
comportamenti regressivi e difensivi che mirano alla fuga,
alla distanza, all’individualismo e, nel peggiore dei casi,
alla dissocialità.
L’innato senso del limite e la conseguente aspirazione alla
superiorità fanno dell’uomo uno straniero che porta
in sé, nella propria natura, la contemporaneità di essere in
una comunità hospes e hostis.
La persona non può attuare il progetto della propria vita
senza incontrare lo straniero che prima di essere
fuori da noi è con noi, parte di noi ineliminabile.
Come è possibile riconoscerlo? Capirlo?
Riteniamo opportuno ricordare un passo della Genesi (12.1)
che mi ha sempre colpito: “ Vattene dal tuo paese, dai tuoi
consanguinei, vattene dalla casa di tuo padre”. Il grande
gesto terapeutico, nel senso di bene, di utile da farsi, è
comunque una separazione, una lacerazione: fatti
straniero. Devi abbandonarti per ritrovarti.
Solo peregrinando con l’umiltà e la curiosità dello
straniero puoi cogliere lentamente l’identità e la
speranza che un’altra terra possa accoglierti.
Non è forse questo il percorso di un’analisi e la relativa
esperienza transferale?
Lo straniero che parla ad Abramo lo invita a cercare
la propria identità, il proprio nome, un luogo per
riconoscersi; la psicoterapia nell’imparare ad interrogare
lo straniero per comprendere il nome, il nuovo, la
scelta, il futuro.
Tutto questo “non è un’immagine straordinaria dello stesso
paradosso del conosci te stesso?
Esci da te per vedere chi sei; fatti straniero per
abitare. Ma abitare devi, altrimenti quale luogo offrirai
all’ospite? E quale volto gli mostrerai se non ti conosci?”.
(5, p.137).
Persino i pellegrini diretti ai più celebri santuari del
mondo sostengono che l’aspetto più importante della loro
esperienza stia nel cammino, in questo loro andare per genti
diverse, più che nel raggiungimento della meta.
La coscienza di non possedere dà valore alla ricchezza, così
rinunciare è fare posto e conoscere altre
possibilità.
Non è possibile costruire alcuna identità senza un dialogo
con l’hospes e l’hostis. Adlerianamente, si
modifica lo stile di vita unicamente con l’incontro del
nostro limite e il sentimento sociale.
Il senso dell’incompiutezza trova l’antidoto nell’altro,
anzi la piacevole necessità dell’altro fa ritrovare una
compensazione equilibrata in una meta basata sull’interesse
per la realtà, per gli altri e per la cooperazione.
Fare un percorso analitico adleriano significa passare
attraverso la dimensione e l’esperienza dello straniero.
La conoscenza di noi stessi avviene attraverso l’altro, il
sociale, anche se a volte appare ingestibile, assurdo e in
più con un comportamento che minaccia le nostre consolidate
certezze.
La psicoterapia, come modifica dello stile di vita per una
nuova progettualità, incontra non solo il piacevole momento
della creatività, ma pure l’appuntamento necessario con le
perdite, con mutamenti densi di sofferenza perché comunque
occorre fare spazio e dare luogo ad altro, abbandonare una
“sede” che ritenevo mia di diritto, ristabilire contatti con
una collettività scomoda.
Troviamo opportuno e sintonico il pensiero di Levinas quando
sottolinea come inesorabile sia la finalità per l’individuo
di trovare il proprio volto nel volto dell’altro e di
considerarlo una traccia pregnante di significati di
responsabilità: “Il volto infatti in qualche modo indica,
come “ traccia”(…) l’altro come separato, come a sé,
da rispettare, e insieme come massima sfida di possesso e di
sovranità, e in quanto limite, da eliminare, da sopprimere,
da “uccidere”: ma appunto sempre inevitabilmente da
riconoscere, proprio perché uccidendolo lo si avverte vivo e
libero di non piegarsi ad alcuna imposizione, così da
doverlo eliminare” (7, p.22).
La necessità dello straniero ( come opposizione,
limite, contrasto, diversità, angoscia
dell’incomunicabilità) aiuta ad odiare ciò che è di
impedimento per un’ autoaffermazione; solo dalla povertà,
dalla solitudine si prepara il terreno della fantasia che dà
spazio alla convivenza.
Adler, dopo aver chiarito senza equivoci la natura psichica
dell’uomo sempre in tensione verso un ideale, indica una via
d’uscita per realizzarsi proponendo in termini pragmatici e
incisivi il metodo e lo strumento con cui procedere nel
viaggio verso una completezza realizzativa: la collettività,
la vita sociale con il massimo rispetto e centralità per le
caratteristiche individuali e peculiari di ciascuno.
Passando ora a riflettere sul termine straniero nel
suo significato etimologico di colui che proviene da un
altro luogo, da un’altra terra, da un’altra patria, è
impossibile prescindere dalla problematica dell’integrazione
migratoria, specie in Europa, dove domina in nome del
“politicamente corretto” la teoria del multiculturalismo.
A fianco di questo fenomeno, sempre più numerosi si formano
gruppi xenofobi che mirano in termini violenti ad eliminare
tale problematica.
Di fronte a questo scenario dell’oggi sociale, mi sembra
utile e opportuno richiamare tre caratteristiche adleriane.
In primo luogo l’uomo ha la necessità della vita
comunitaria: “E’ allora facile- afferma Adler-
comprendere come la sopravvivenza dell’uomo sia dipesa dalla
sua capacità di ottenere condizioni di vita molto
favorevoli. Questo obiettivo è stato conseguito proprio
grazie alla vita comunitaria divenuta così una necessità.
Essa, infatti, con la divisione del lavoro, ha consentito ai
suoi membri di affrontare e superare quelle situazioni
precluse al singolo individuo. In questo modo l’uomo ha
potuto procurarsi quei mezzi di sopravvivenza, offensivi e
difensivi, che noi oggi includiamo nel concetto di cultura”
(1, p.135).
Secondariamente Adler ribadisce l’universalità del
sentimento sociale: “…sentimento riconosciuto
universalmente che, con la sua voce ammonitrice, irrompe di
continuo alla nostra coscienza. La propensione a cercare
delle giustificazioni per ogni cosa pensata o fatta nasce
proprio da questo motivo. Da esso, inoltre, derivano anche
il nostro modo di vivere, di pensare e di agire poiché
ciascuno di noi è legato al sentimento comunitario o crede
di esserlo o almeno cerca di farlo credere” (1, p.146).
Da ultimo la naturalezza della socializzazione come
fondamento e comportamento etico, risultato non di una
restrizione o frutto di un conflitto, ma espressione di un’
armonia e di una predisposizione naturale. Così Carl
Furtmuller, collaboratore di Adler, rafforza tale concetto:
“Si deve supporre una disposizione fondamentale,
filogeneticamente acquisita, per comprendere la rapidità
relativa con cui il fanciullo entra in relazione con il suo
ambiente e la relativa facilità con cui il bambino normale
può essere allevato” (6, p.153).
Non è esperienza diffusa tra gli educatori che operano nella
scuola primaria rilevare che i bambini non avvertono fra di
loro il diverso? Anzi, una volta divenuti più
grandicelli, ne prendono coscienza ne sono attratti,
incuriositi.
Lo straniero è un’ulteriore occasione maturativa se il
sentimento sociale racchiude in sé le caratteristiche di
naturalità, universalità e necessità.
Affermiamo, senza estremismi e riduttività, che noi non
abitiamo in una sicura e nostra terra
promessa: se così fosse escluderemmo la possibilità di un
dialogo con l’ospite, con lo straniero e il nemico
enfatizzando la distanza come norma di vita.
Sarà opportuno rimproverarci oggi di un dilagante
etnocentrismo che pervade in varia misura la società, la
chiesa, la scuola e i media.
L’adlerismo non vive il luogo solo come territorio
delimitato, ma anche come spazio di memoria, di fatti, di
desideri, di significati simbolici ed emozionali.
Marc Augè distingue i luoghi dai non luoghi,
trovo questi termini molto sintonici e vicini alle nostre
riflessioni sul sentimento sociale oggi.
I luoghi sono spazi di rapporti, dove le persone si
incontrano, esistono, attuano relazioni, dove si fa storia.
I non luoghi sono l’opposto: sono indefinibili, non
vi accade né la storia né tanto meno la relazione; cosa può
accadere in un supermercato o in un aeroporto se non si
consumasse e non si usasse la carta di credito come nostra
identità?
L’individualpsicologia nel suo impianto teorico-pratico
parla dello straniero come nostro simile, un uomo proteso in
un’ avventura comunitaria che lo riconosce e lo accoglie.
Parlando di universalità del sentimento sociale,
Adler, definisce la specie umana con una duplice
caratterizzazione: vivere in comunità, facendone parte
attivamente, in cui esiste un posto che appartiene e che
scambia comunicazione interpersonale per naturalezza
e necessità.
Oggi il termine comunità mi sembra usato in senso
discriminante e di abuso con sapore di copertura della
tanto vantata identità nazionale. Sembra nascere,
nell’Europa di oggi in particolare, una chiamata alla difesa
di un posto sicuro che non tradisce pensando di riparare
ciascuno dalle minacce esterne e imprevedibili.
E’ questa la sicurezza che si vuole garantire?
L’identità, se mai, non nasce dalle macerie o dal pericolo
di una presunta persecuzione ideologica o religiosa di una
comunità, ma nel uscire con coraggio allo scoperto per
confrontarsi, anche con il rischio di perdere qualche
privilegio, in un costante processo identitario.
A questo proposito non siamo certamente aiutati dal
pessimismo di Freud che, sia nello scritto L’avvenire di
un’illusione come nel Disagio della civiltà,
reputa ogni società schiacciata dal destino della
coercizione del lavoro e dalla rinuncia delle pulsioni.
E’ naturale chiederci se l’obiettivo della emancipazione di
alcuni sia la repressione di altri in una comunità di
infelici e perdenti destinati all’esperienza immutabile
sotto il dominio della frustrazione.
Il pensiero sociale, pedagogico e psicoterapeutico è per
Adler di tutt’altra natura.
La costruzione dell’identità umana passa atraverso
l’interazione con il gruppo che genera nel suo interno
conflitti e travagli inducendo al rinforzo del ruolo della
persona nella propria responsabilità.
Più che mai oggi l’adlerismo dovrà interpretare ed
esprimersi nei riguardi del rapporto fra sentimento sociale
e multiculturalismo. E’ argomento che sento alquanto confuso
da retoriche pseudoumanistiche che mirano più a difendersi
nel limite di una disponibilità teorica.
Poiché intendo portare volutamente a questo congresso lo
stimolo sulla necessità dello straniero nella nostra
quotidianità, voglio scomodare un sociologo serio che
ritengo molto vicino allo spirito individualpsicologico,
Zygmunt Bauman: “Liberalizzazione e deregolamentazione
sono le parole d’ordine del giorno e il principio strategico
osannato e attivamente perseguito da chiunque sia al potere.
La domanda di liberalizzazione è molto sostenuta perché i
potenti non vogliono essere regolamentati, non vogliono
limiti alla loro libertà di scelta né freni alla libertà di
movimento, ma anche (e forse soprattutto) perché non hanno
più interesse a regolamentare gli altri. Il mantenimento
dell’ordine è diventato una patata bollente che chiunque può
passa immediatamente a chi si trova più in basso nella scala
gerarchica e non può permettersi di ritirare le mani”
(3, p. 41).
Lo straniero ha creato scompiglio, non ci si chiede
chi sia, cosa potrebbe darci, cosa dobbiamo dare o fare; è
estraneo, non nostro: tuttavia, poichè sarebbe poco elegante
nella civiltà evoluta ingaggiare forme di rifiuto, sta
diffondendosi una sorta di pluralismo culturale decantato
da una specie di accettazione senza confini delle
differenze; tale linea strategica, definita multiculturale,
presenta una valenza sociopolitica che implica due principi:
la tolleranza, concetto già riduttivo in quanto implica una
generosa concessione, e il riconoscimento alle
comunità di autoaffermarsi.
Non è questo il tentativo di ridefinire le ineguaglianze?
La multiculturalità come dogma potrebbe diventare una
grande operazione per sedare la colpa morale affermando che
l’ineguaglianza fra gli uomini sta in una sorta di
ineluttabilità che dobbiamo imparare ad accettare; ma
l’accettare non racchiude in sé già il concetto di qualcosa
di negativo? Si accetta ciò che non si può cambiare, ma che
cambiare si vorrebbe.
Nasce il pericolo o il comodo della indifferenza dove
emettere giudizi non vale la pena, come ancora Bauman
dice “… trattiamo il mondo come un gigantesco grande
magazzino con scaffali colmi delle offerte più svariate,
sentiamoci liberi di girovagare da un piano all’altro, di
provare e gustare ogni articolo in esposizione, di prenderli
a nostro piacimento.
E’ un atteggiamento tipico di persone in viaggio, in viaggio
anche quando stanno fermi, nelle loro case o nei loro
uffici”
(4, p.95).
Ma l’essenza e la salute della vita di un gruppo risiedono
nella capacità di fare interagire e non solo coesistere,
delle pluralità che, non dimenticando le aspirazioni e i
desideri dei singoli, trovano il loro compimento nel
sentimento sociale. Adler afferma che “ La psicologia
individuale ha spiegato chiaramente questa interazione tra
le tendenze di potere negli individui e nei gruppi. …L’uomo
pensa, sente e vuole comformemente alla sua aspirazione alla
superiorità e anche là dove egli crede di servire ideali più
elevati, deve fare i conti con l’inevitabile presenza delle
richieste sociali” (2, p.507).
Lo straniero
con la sua presenza e metafora interna ed esterna a noi
richiama alla coerenza, alla coesione, alla reciprocità che
trova le proprie basi nella compartecipazione emotiva e
culturale.
Secondo il pensiero adleriano il nostro agire verrà
storicamente valutato sulla scala graduale del sentimento
sociale che è stato agito; solamente le azioni che abbiano
la finalità di promuovere il bene di tutti sono degne di
significato e di valore.
Dare patria allo
straniero
è un antidoto alla nostra inadeguatezza interna che fa
evolvere e maturare un atteggiamento esterno contro la
segregazione etnica, confessionale e linguistica nella
comunione dei compiti vitali dell’amore, del lavoro e delle
relazioni sociali.
Il modo di pensare dell’individualpsicologia è di tipo
divergente, coltiva l’immaginario, trova la soluzione al
conflitto per una naturale vicinanza a chi è simile a noi,
ma soprattutto è un baluardo al sorgere del pensiero unico
che narcotizza dolcemente, con mezzi mediatici, la
comunità, anche la più attenta e vigile, sostituendo e
rimpiazzando i diritti sociali con i doveri individuali.
Il sentimento sociale è una sentinella affinchè la cultura
di un gruppo non debba trasformarsi in una città murata che
costringe i propri cittadini a difendersi dall’estraneo, la
sicurezza infatti abita in un atteggiamento di dubbio
quotidiano in cui le problematiche delle diversità sono
occasione di ricerca, di cammino, di riprova costante del
fatto che dove esiste traccia umana c’è sempre la
possibilità di una speranza.
Lo
straniero,
come simbolo, definisce contemporaneamente il
luogo
e il
tempo
dello sviluppo del sentimento sociale sia nel percorso
psicoterapeutico sia in quello pedagogico e sociale.
In ambito clinico si posiziona la distanza del nevrotico
verso la via della relazione con la prossimità, nel sociale
si verifica il crescere della politica a scapito del potere,
nell’educare si evita la corsa del bambino viziato ricco di
cose, ma vuoto di idee.
La paura dell’altro è la paura della nostra inferiorità
fossilizzata che, lo straniero
rimette in circolo attivando il Sè creativo che attua,
nelle forme più svariate, la nostra inesorabile doppia
appartenenza: a noi stessi e alla comunità umana.
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