LA COSTELLAZIONE FAMILIARE ESTESA
Raffaella Dalmasso
Psicologa – psicoterapeuta
Leinì (Torino – Italia) – Via Q.Sella 3
e-mail:
rdalmasso@tiscali.it
Rita Lacava
Psicologa – psicoterapeuta
Torino (Italia) – Via Tirreno 135
e – mail:
bertino.lacava@libero.it
Summary
- In the past thirty years, social and cultural transformations
gave a contribution in
modifying the power-roles inside the family.
In many Italian families
the central role is played by the children who
actuate operative
choices for their own parents
(hospitalizations,
therapies, check-ups, …)
and determine the relating-modalities between grandparents and
grandchildren (pedagogical criteria, children's care, timing,…).However,
this is not a simple reversal of the power roles.
It
is perhaps necessary to extend the Adlerian criterion of the “family
constellation” to include the analysis of the relationship with the
children to determine if
-
the characteristics of the original family constellation are found again
in the relationship with the spouse and with the children
-
the descriptive elements of the acquired family can integrate those of
the family constellation in order to describe its lifestyle
-
the need for assistance determines, in the ageing, a change in the
family relationships.
L’analisi della Costellazione familiare, oltre a consentirci di
definire le modalità dello stile di vita e delle finzioni strutturate,
ci permette di “conoscere” anche i principi sociali e morali su cui si
basa l’organizzazione della famiglia.
In “Cosa la vita dovrebbe significare per voi”, Adler espone con molta
chiarezza la sua interpretazione delle relazioni familiari. Il ruolo
centrale è affidato alla madre che ha il duplice compito di educare il
bambino alla cooperazione ed avviarlo alla socialità insegnandogli ad
interagire col padre e con i fratelli. Al padre spetta il compito di
formarlo circa i tre compiti vitali trasmettendogli l’amore per il
lavoro, per la famiglia ed il rispetto per la madre, per i fratelli e
per gli amici. Nell’interazione con i fratelli, o con i coetanei, il
bambino apprende le regole del gioco della vita fatto di momenti di
dominio, che si alternano a momenti di sottomissione e di collaborazioni
più o meno facili da realizzare. Importanti per la formazione del
soggetto possono essere anche altre figure “familiari” (amici di
famiglia, zii, insegnanti, cugini, …) che, con il loro esempio, sono
fonte di ispirazione nella formazione del soggetto.
L’intervento educativo/formativo, così interpretato, privilegia il
flusso tra adulto e bambino, tra superiore ed inferiore, mentre,
all’interno della fratria, l’ordine di genitura, che si può modificare
con nuove nascite, determina la distribuzione del potere tra pari. In
tal modo, le interazioni familiari sono da valutare secondo le modalità
di relazione con l’autorità (bambino – adulto) o con i pari (bambino –
bambino).
La pedagogia del XX secolo, più attenta alle istanze del bambino,
sottolinea l’influenza del neonato sull’ambiente familiare, sul
comportamento degli adulti e sull’interazione tra i genitori, che può
mutare a seguito della paternità e maternità.
Questo aspetto non può essere sfuggito ad Adler che, cresciuto in un
ambiente rurale, era abituato a veder agire contemporaneamente
generazioni e nuclei familiari diversi: nella famiglia estesa gli
elementi vengono ad assumere, di volta in volta, il ruolo di padre o di
figlio, di fratello o di zio, di madre o di nonna o di sorella,
generando più ruoli per la stessa persona ed una rete più complessa di
possibili relazioni; nonostante ciò, il rapporto del genitore con i
figli e l’ influsso di questi ultimi sulle generazioni precedenti non
sono menzionati espressamente.
L’analisi adleriana della Costellazione familiare tende ad evidenziare
prevalentemente le relazioni tipiche della famiglia mononucleare che è
solamente una delle possibili configurazioni della vita domestica.
La
struttura della famiglia
La famiglia è il più elementare sistema economico: i suoi membri,
legati da rapporti di parentela, cooperano per assicurare all’intero
gruppo condizioni di vita soddisfacenti. Di conseguenza, la struttura
della famiglia si trasforma in funzione delle caratteristiche
dell’economia corrente: quando la sussistenza del gruppo è garantita
dalla produzione agricola, la famiglia tenderà ad essere estesa, cioè
costituita da più generazioni e nuclei familiari, e vincolata dalla
residenza presso la proprietà terriera o presso il podere a mezzadria.
Il lavoro agricolo, richiedendo l’apporto di numerosi individui,
coinvolge, con diverse competenze, tutti i membri della famiglia.
Secondo l’estensione, la ricchezza del suolo e la quantità e qualità del
prodotto, il nucleo familiare potrà essere più o meno ampio o ridursi a
piccoli gruppi laddove la produzione non riesca a soddisfare le
necessità di tutti.
Man mano che l’economia si sposta verso il lavoro artigianale e
commerciale, la struttura familiare tende a ridurre il numero dei suoi
elementi. Nel Rinascimento, numerosi contadini, trasferiti nei centri
urbani alla ricerca di un lavoro più stabile di quello agricolo, danno
origine alle prime famiglie mononucleari che, avvalendosi esclusivamente
dei proventi del lavoro del capofamiglia, devono necessariamente
organizzarsi in piccoli gruppi. Inoltre i beni patrimoniali, non più
rappresentati esclusivamente dalla proprietà terriera ma da denaro
contante facilmente divisibile tra gli eredi, consentono a questi ultimi
di scegliere liberamente il luogo di residenza.
Questa struttura familiare si stabilizza ancor di più con la
Rivoluzione industriale che, generando un flusso migratorio tra la
campagna ed i centri industrializzati, determina un’ulteriore
frammentazione della famiglia: il cambiamento di residenza per esigenze
professionali può coinvolgere l’intero nucleo familiare o solo alcuni
dei suoi membri.
Da allora, la struttura mononucleare è la tipologia familiare più
diffusa, anche se, nel corso del tempo, subisce trasformazioni profonde
e radicali che sembrano da attribuire più al modificarsi delle relazioni
domestiche, che ad uno specifico cambiamento nella sua struttura.
I
rapporti familiari
La configurazione dei ruoli familiari dipende dal modello di residenza
coniugale, dalla complessità della struttura familiare e dalle regole
matrimoniali.
Nella famiglia estesa, la presenza di più generazioni (molteplicità
verticale) e di più nuclei familiari (molteplicità orizzontale),
domiciliati presso la residenza di origine, determina l’attribuzione del
ruolo di capofamiglia al padre cui spetta il compito di organizzare le
relazioni tra i suoi membri e tra questi e la comunità. All’interno di
questa struttura, il matrimonio può essere contratto anche precocemente
ed in seguito alla scelta effettuata dai genitori, mentre l’acquisizione
del ruolo di capofamiglia, solitamente da parte del primogenito, può
avvenire solo dopo la morte del padre.
Nella famiglia mononucleare, la scelta della residenza, indipendente
dalla famiglia di origine, ritarda l’età media del matrimonio ma
consente allo sposo di divenire subito capofamiglia. In questa struttura
familiare, di solito, il marito è molto più vecchio della moglie,
poiché, prima di contrarre matrimonio, deve aver acquisito una relativa
agiatezza economica; l’età giovanile della donna, invece, garantisce la
prolificità della coppia.
Il matrimonio è un evento economico – sociale nel
quale si contempla l’ingerenza e l’influenza, non solo dei familiari, ma
dell’intera comunità. Di conseguenza, i sentimenti reciproci degli sposi
sono irrilevanti e la loro relazione è caratterizzata da una forte
disparità. Eccezion fatta per il matriarcato, tutte le strutture
familiari
attribuiscono all’uomo potere ed autorità. La donna domina l’ambito
domestico e, nella famiglia estesa, ha supremazia sulle nuore, sulle
nipoti e sull’eventuale personale di servizio.
Soprattutto nelle famiglie benestanti, i rapporti tra genitori e figli
sono basati su principi rigidi e di forte verticalizzazione. L’alta
mortalità infantile trova nella pratica del baliatico la possibilità di
evitare ai genitori di affezionarsi a figli di cui non è possibile
garantire la sopravvivenza; il legame affettivo resta, però,
superficiale e distante anche quando i figli diventano adulti. Tra
fratelli, in vista di una possibile disputa al momento della spartizione
dell’eredità, è preferibile mantenere distanza e formalismo.
A partire dalla fine del XIX, secolo le relazioni familiari cominciano
ad essere meno rigide: si afferma così un modello, detto coniugale
intimo, in cui ai coniugi è concesso di scegliersi per simpatia ed
affetto. L’uomo, marito e padre, pur continuando ad avere potere ed
autorità assoluta, riduce di molto le distanze sociali con la moglie ed
i figli. La diminuzione della mortalità infantile e la scoperta che
l’allattamento limita la probabilità di nuove gravidanze, fanno sì che
le donne ricomincino ad allattare i propri figli, mentre la riduzione
della prole, attraverso il controllo volontario delle nascite, accresce
il tempo da dedicare alla famiglia. Nasce così un nuovo modello
domestico che vedrà la propria, lenta affermazione nel ’900.
Fino alla seconda metà del secolo, forze conservatrici impediscono un
più rapido cambiamento e, soprattutto nell’Italia meridionale, dove la
presenza di latifondi determina la convivenza di più gruppi coniugali
cui, spesso, si associano anche persone e coppie non legate fra loro da
vincoli di parentela (persone di servizio, fattori, precettori, medici),
è in uso che alcuni membri, pur svolgendo attività lavorative extra
moenia, continuino a vivere in famiglie patriarcali estese
condividendone principi e regole.
Negli anni successivi, mentre autonomia ed autosufficienza si vanno
affermando come valori primari, la “rivalutazione” del ruolo femminile,
auspicata da Adler cento anni prima, conduce ad una nuova visione delle
relazioni familiari: autorità e dominio non sono più appannaggio
esclusivo dell’uomo o dell’adulto ma tutti i membri della famiglia hanno
pari importanza nei processi decisionali del gruppo. Così, mentre va
imponendosi un regime più “democratico” nella gestione delle relazioni
familiari, la nuova ripartizione del potere è percepita erroneamente
come ribaltamento di ruoli tra genitori e figli e tra uomo e donna.
Le trasformazioni nella struttura della famiglia e nelle relazioni
familiari, non supportate da un adeguato processo di maturazione
personale e sociale, conducono ad una profonda confusione ed incertezza
nelle interazioni domestiche.
L’anziano e la famiglia del terzo millennio
In Italia, in seguito alla legge sul divorzio ed alla bassa natalità,
la struttura della famiglia ha subito radicali trasformazioni. I dati,
tratti dall’ultimo censimento della popolazione, descrivono un
incremento costante del numero delle famiglie associato ad una riduzione
dei suoi membri. Nell’Italia centro-settentrionale e nei comuni di
maggiore dimensione demografica, cambia anche il numero delle
generazioni in coabitazione.
Aumenta invece il numero delle madri, sempre più istruite e
lavoratrici, che, anche se coadiuvate dal coniuge o da personale di
servizio o dalle strutture sociali, si avvalgono della collaborazione
dei genitori nella gestione domestica e del tempo libero dei figli. Il
luogo di residenza coniugale, seppur indipendente, è scelto in
prossimità dell’abitazione dei genitori. I figli, d’altro canto, aiutano
i genitori nell’espletamento di quei compiti che rivestono maggiori
difficoltà per l’anziano (pratiche burocratiche, prenotazione di esami
clinici e di visite mediche, attività domestiche gravose, …).
L’interazione tra questi nuclei familiari, strettamente interdipendenti
ma non conviventi, diviene sempre più complessa. Il ruolo centrale
sembra spettare ai figli che, da una parte compiono scelte operative per
i genitori (ricoveri, interventi clinici, assistenza, …), dall’altra
definiscono le modalità di rapporto tra nonni e nipoti determinando i
criteri pedagogici, le condizioni di assistenza ai bambini, i tempi e le
circostanze. Ciò non rappresenta, però, un ribaltamento puro e semplice
dei ruoli di potere. L’anziano non perde mai completamente la sua
posizione di dominio genitoriale e non può quindi essere assimilato ai
nipoti; i figli, pur assumendo progressivamente potere sui genitori
anziani, non ne ricusano mai totalmente l’autorità, neanche, quando si
tratta di genitori gravemente deteriorati.
Nella vecchia struttura familiare estesa, la convivenza di più
generazioni sarebbe stata organizzata dal capofamiglia, mentre i membri
aggregati, più giovani o più vecchi, avrebbero subito le sue scelte. Nel
corso dell’ultimo trentennio, l’autonomia è divenuta un valore personale
inalienabile determinando una scarsa propensione dei “single” ad
accettare di aggregarsi ad altri nuclei familiari. Sono soprattutto gli
anziani (55,1%) ed in particolare le vedove, maggiori beneficiarie
dell’incremento della sopravvivenza, che scelgono di vivere da sole dopo
la morte del coniuge.
L’adattamento alla solitudine può essere, almeno inizialmente,
un’occasione per organizzare uno stile di vita più consono alle esigenze
personali. Di fatto, il processo di invecchiamento, indipendentemente
dall’insorgere di una patologia cognitivo-comportamentale (Alzheimer,
MCI), conduce ad un graduale declino psico-fisico. L’associarsi,
inoltre, di più patologie croniche (comorbilità), più letali per gli
uomini (tumore, malattie cardiovascolari), meno letali ma più
invalidanti per le donne (artrite, artrosi, osteoporosi, ipertensione,
diabete), limita progressivamente la possibilità di continuare ad
esercitare, pienamente ed autonomamente, il proprio ruolo sociale e le
attività della vita quotidiana, soprattutto quando si tratta di compiti
che richiedono attenzione, concentrazione e rapidità nei tempi di
reazione.
L’alterarsi delle prestazioni psico-fisiche e mentali, percepito come
perdita graduale dell’autosufficienza, conduce ad una valutazione
negativa di sé e del proprio stato di salute. Per evitare la depressione
e lo scoraggiamento conseguenti, l’anziano nega lo stato di necessità
tentando di “mascherare” le sue difficoltà. Questo atteggiamento, che
non è necessariamente prodromico di demenza o di patologia mentale,
denota, in ogni caso, una scarsa aderenza alla realtà ed una ridotta
efficienza della critica e del giudizio rendendo l’anziano solo più
esposto e vulnerabile di fronte agli stimoli sociali ed ambientali.
La valutazione di “autosufficienza” o “non autosufficienza”, basata
prevalentemente sulla capacità di assolvere i compiti della quotidianità
(far da mangiare, gestire piccole somme di denaro, curare la propria
igiene personale, …) non ci sembra utile a definire il limite oltre il
quale la “deficienza psichica”, legata all’invecchiamento, è da
considerare un elemento di rischio. Proprio perché strettamente connesso
con la capacità di interagire adeguatamente con le persone e le
situazioni, questo aspetto del comportamento senile potrebbe essere
indagato valutando la capacità di accogliere aiuto e di collaborare.
Si tratta, quindi, di verificare se la descrizione del rapporto tra
l’anziano, i figli ed, eventualmente, i nipoti, sia un criterio utile
allo scopo e se, attraverso l’indagine sulla Costellazione familiare
estesa, sia possibile, inoltre, individuare le risorse umane capaci di
affiancare l’anziano aiutandolo ad interpretare il “supporto” esterno
come un’opzione in più piuttosto che come segno di ridotta efficienza. A
tale scopo presentiamo il caso della signora Doriana.
La signora
Doriana
Doriana, 84 anni, è una donna piccola di statura e di corporatura
esile, un’espressione serena e due occhi chiari particolarmente vivaci.
Veste in modo semplice, curato, ordinato. Parla preferibilmente in
dialetto piemontese, inframmezzandolo con alcune parole di italiano che
peraltro comprende adeguatamente. Vive da sola ed ha una discreta
condizione economica.
Da giovane ha vissuto in cascina, in due piccoli paesi di provincia,
dove aiutava la famiglia nei lavori della campagna. Riferisce di essere
sempre andata d’accordo con i genitori. Descrive la madre come “più
seria”, il padre come “più bonaccione”. Doriana aveva due fratelli
minori che, dopo aver lavorato per alcuni anni in campagna, si sono
trasferiti in città per lavorare come operai in due fabbriche diverse.
Sono entrambi deceduti da qualche anno; con l’unica cognata rimasta in
vita, la signora non ha rapporti.
Doriana si è sposata a 21 anni ed è andata a vivere in un paese, ad una
decina di chilometri da quello dei propri genitori, nella casa patronale
del suocero con i quattro fratelli del marito e
le quattro cognate. Dopo circa sei anni, col marito e i primi due figli,
che allora avevano 5 e 6 anni, si è trasferita a R. per gestire una
locanda. Sempre nello stesso paese, in seguito, hanno rilevato una
rivendita di vini e poi un Caffè. Queste attività però non rendevano
molto e soprattutto con l’obiettivo di avere una pensione nella
vecchiaia, dopo qualche anno, il marito della signora ha trovato lavoro
come autista, mentre Doriana è stata assunta come addetta alle pulizie
in una Banca, dove ha lavorato per 20 anni fino all’età di 68 anni. Dice
con orgoglio di non aver mai fatto né un giorno di mutua, né un giorno
di ferie.
Doriana descrive il marito come un uomo “a cui non è mai caduto il
tetto sulla testa”: si è occupato pochissimo sia della crescita e
dell’educazione dei figli, sia della gestione della casa ed era poco
capace di amministrare il denaro; tutti compiti, dunque, ai quali ha
dovuto provvedere la signora.
Doriana è vedova da 10 anni. Ha tre figli: Dario, Tiziana e Gabriella.
Il primogenito ha 63 anni, è pensionato, è sposato ed ha due figli:
Giovanni, operaio, di 32 anni ed Elena, restauratrice, di 25 anni. La
secondogenita ha 62 anni, è pensionata, è sposata ed ha un figlio di 36
anni, Ettore, cardiologo, che ha una figlia di 20 mesi. L’ultimogenita
ha 46 anni, è nubile e fa l’assistente sociale.
La signora sostiene di avere un buon rapporto con tutti e tre i figli:
descrive il primogenito come “troppo buono” e succube di una moglie con
un carattere forte; si vedono circa una volta la settimana, soprattutto
nel weekend, quando la nuora la invita a pranzo. La secondogenita è
definita come allegra e socievole. Con lei trascorre molto tempo
aiutandola nelle commissioni e nell’accudimento della nipotina; Tiziana
è la figlia che si occupa maggiormente della madre. Descrive la
terzogenita come “bastone della sua vecchiaia” e viaggiatrice; la
signora sostiene di abitare con lei anche se, in realtà, la figlia, pur
avendo la residenza presso la madre, vive e lavora in un’altra città e
torna a casa solo due weekend al mese.
Doriana ha accudito i nipoti per permettere ai figli e alle nuore di
lavorare. Con essi ha un buon rapporto: parla con ammirazione
soprattutto di Ettore, che fa il cardiologo, di cui si fida ed al quale
chiede il parere circa le cure che le prescrive il suo medico di
famiglia. Doriana si occupa anche di persone anziane che necessitano di
assistenza. Fa la spesa per sé, e talvolta anche per gli altri, con
accuratezza, conosce ed è attenta ai prezzi dei prodotti nei vari
supermercati. Esegue i lavori di casa, anche quelli un po’ più pesanti
(lava i vetri salendo sulle seggiole), si ingegna a fare piccoli
lavoretti in casa di manutenzione e riparazione. Ama curare fiori e
piante, talvolta anche di quelli dei figli. Cucina pur non essendone
appassionata, ma sa preparare alcuni piatti tipici.
Per valutare le capacità cognitive e la capacità di assolvere i compiti
della vita quotidiana, abbiamo somministrato alla signora il Mini Mental
State Examination di Folstein e l’Instrumental Activieties of Daily
Living scale di Lawton e Brody. In entrambi i test ha ottenuto il
massimo punteggio, dimostrando dunque di non avere alterazioni
nell’orientamento spazio-temporale, nel linguaggio, nella memoria,
nell’attenzione e calcolo, nella scrittura, nella prassia costruttiva e
di essere in grado di assolvere i compiti richiesti dalla vita di tutti
i giorni (usare il telefono, fare la spesa, preparare il cibo, governare
la casa, fare il bucato, utilizzare mezzi di trasporto…).
Alla signora è stato inoltre proposto l’M-test in forma ridotta (10
tavole), corredato da Seriazione, Pinacoteca e Pinacoteca associativa.
Il grafico seguente rappresenta e sintetizza la siglatura delle
risposte date dalla signora al test. Dalla sua lettura si evidenzia una
struttura di personalità nella norma: è presente un buon grado di
sentimento sociale e sono maggiormente rappresentate le attività
costruttive e quelle ludiche. Le situazioni descritte alle varie tavole,
inoltre, evidenziano una maggioranza di interazioni rispetto alle azioni
singole, confermando in tal modo un notevole interesse per le relazioni
sociali. Significativa l’assenza di risposte che esprimono una richiesta
d’aiuto.
TABELLA DEI COMPUTI
Gli elementi più interessanti, per la descrizione dello stile di vita,
emergono dalle catene associative (derivate dal confronto incrociato tra
la Seriazione, le definizioni date alla Pinacoteca e quelle fornite alla
Pinacoteca Associativa) rappresentate nella seguente tabella:
|
CATENE ASSOCIATIVE |
|
SERIAZIONE
ordine di
preferenza tavola |
PINACOTECA |
PINACOTECA ASSOCIATIVA |
|
1 |
20 |
Porta pazienza! |
padre, serenità |
|
2 |
9 |
Giocatore di biliardo |
Dario, Giovanni, autonomia |
|
3 |
19 |
Un aiuto di caduta |
dare aiuto,
collaborazione, pregi,
autoritratto |
|
4 |
1 |
Il giocatore |
Gabriella, autonomia, sogno bello, sicurezza |
|
5 |
4 |
Uno scherzo |
Ettore, salute, pregi |
|
6 |
3 |
Uno fa ciao all’altro |
fratello, Elena, marito, difficoltà, amicizia |
|
7 |
7 |
L’aiuto |
madre,
Tiziana, malattia, protesta,
fiducia |
|
8 |
10 |
La scommessa |
chiedere aiuto,
difetti, sogno brutto |
|
9 |
11 |
Il camminatore |
difficoltà, vecchiaia |
|
10 |
18 |
Scommesse |
paura, gli altri, futuro |
Da notare innanzitutto l’associazione “dare
aiuto-pregi-autoritratto” (tav.19) e “chiedere aiuto-sogno
brutto” (tav. 10). Doriana si rappresenta dunque come colei che
può fornire supporto e sostegno (considera tale aspetto come un pregio)
e, nella Seriazione, pone questa tavola fra le preferite; mentre sembra
dare una connotazione più negativa al ricevere aiuto, associato a
“difetto”, probabilmente vissuto come segno di inadeguatezza: tale
tavola è posta tra le meno gradite.
La catena associativa “malattia – protesta – Tiziana – fiducia”
(tav. 7) sta ad indicare che probabilmente il rapporto di fiducia con la
figlia Tiziana, che maggiormente si prende cura di lei, potrebbe entrare
in conflitto se la malattia dovesse richiedere assistenza ed accudimento
continui.
L’analisi di questo caso mette in luce che:
•
la descrizione della costellazione familiare d’origine è
sfocata ed esigua: il ricordo dei genitori è ormai lontano e
l’emigrazione ha determinato la perdita di contatto con i fratelli.
•
la costellazione familiare attuale evidenzia rapporti più
sereni con i figli percepiti “distanti” e rapporti più conflittuali con
la figlia “vicina” che dà aiuto; il tipo di relazione col marito
conferma la visione di un maschile svalorizzato e di un femminile forte
e dominante, emerso già nella descrizione del figlio maggiore e in
quella dei genitori.
Dalle catene associative emerge uno stile di vita improntato più al
dare aiuto che non al riceverlo (alla tav. 1 l’autonomia è associata a
sicurezza e a sogno bello).
Conclusioni
L’indagine della costellazione familiare estesa permette dunque di
integrare, ai fini dell’interpretazione dello stile di vita, gli
elementi descrittivi della famiglia d’origine con quelli della famiglia
acquisita.
L’analisi delle relazioni familiari consente, inoltre, di individuare
le risorse umane capaci di affiancare l’anziano in caso di necessità. La
descrizione delle interazioni domestiche, infine, può aiutare a valutare
l’assistenza non come atto “svalorizzante”, che rimanderebbe ad
un’immagine negativa di sé e delle proprie facoltà, ma come “supporto”
ed integrazione delle abilità individuali.
Nel caso della signora Doriana, ad esempio, il compito di organizzare e
coordinare gli interventi familiari potrebbe essere svolto dal nipote
medico del quale riconosce l’autorità e la competenza professionale e di
cui apprezza la discrezione, il tatto e la capacità di dispensare
consigli e cure solo su sua richiesta.
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