l'approccio psicosociale
nella psicologia dell'emergenza
Marco Bellagamba
Psicologo, Psicoterapeuta,
Analista Adleriano
marcobellagamba@hotmail.com
Maria Teresa Fenoglio
Psicologa di comunità
Quello che Alfred
Adler ha evidenziato, ha trasmesso, ha sollecitato con il
suo stile di vita è importante anche per la
Psicologia dell’Emergenza ( anche se questo ambito di
intervento appartiene più al nostro tempo che al suo ).
Essendo inoltre un ambito in grande sviluppo ed espansione
ci sono atteggiamenti del tipo “ assalto alla diligenza “
rispetto ai quali il nostro intervento vorrebbe anche essere
un invito alla cautela, non a stare fermi, non a rimanere a
guardare, ma a tenere assolutamente conto di quella
dimensione culturale all’interno della quale l’evento
critico si verifica, senza sopravvalutare il nostro potere
di aiutare le vittime di una grave crisi, e valorizzando ed
incoraggiando le risorse degli individui e dei gruppi
colpiti attraverso una empatica vicinanza umana.
Questo lavoro nasce dall’incontro tra persone e formazioni
diverse.
Da un lato uno psicologo con una formazione clinica seguita
sia in ambito universitario e specialistico ( laurea in
psicologia e specializzazione in psicologia clinica ), sia
in ambito individuale ( formazione analitica e
partecipazione alla Scuola IndividualPsicologica ).
Dall’altra una psicologa impegnata nel lavoro di analisi ed
intervento sulla comunità e sul contesto ambientale.
L’incontro avviene su un terreno di lavoro che si è andato
delineando negli ultimi tempi nella sua relativa autonomia
da campi di intervento confinanti, la Psicologia nelle
situazioni di Emergenza, dove sono molteplici gli spunti di
integrazione e sinergia tra approcci differenti.
Il luogo fisico di tale incontro è una Associazione di
Volontariato Professionale, Psicologi per i Popoli, aperta a
psicologi ma non solo, che opera prevalentemente nelle
situazioni di emergenza e di cooperazione internazionale.
Fin da subito appare molto significativa la convergenza tra
Alfred Adler ed una modalità, in Psicologia dell’Emergenza,
di intervento psicosociale, cioè in grado di tenere in
considerazione primaria gli elementi relativi al contesto
ambientale, alla fitta rete di relazioni tra le persone,
all’organizzazione degli individui tra loro ed in rapporto
con le tradizioni culturali, alla dimensione sociale insita
in ciascun essere umano ed in grado di modularne il
comportamento.
La considerazione di Alfred Adler per gli aspetti sociali
dell’esistenza appare importante, e può essere evidenziata
da molti fattori : fin dai tempi dell’Università si
interessò di problematiche di Medicina Sociale e sono
numerose le pubblicazioni in cui viene dato risalto al
bisogno di “ forze sociali nella medicina “ ( Adler, 1902 );
si interessò di politica e fu affascinato dal socialismo,
inoltre fu sempre molto partecipe della vita popolare della
città di Vienna, al punto che al termine del primo conflitto
mondiale i nuovi amministratori della città gli offrirono la
possibilità di mettere in pratica le sue innovative idee
facendo nascere luoghi di incontro e scambio tra figure
professionali diverse e luoghi sperimentali di gioco ed
apprendimento per bambini; partecipò come ufficiale medico
alla prima guerra mondiale e ne fu talmente scosso da non
sembrare più la stessa persona, prendendo posizione molto
netta contro i sostenitori del conflitto ed affermando con
forza il concetto di cui il mondo aveva più bisogno in quel
periodo, il sentimento sociale, cooperativo ed emotivamente
compartecipativo; lo stile terapeutico di Adler, pur facendo
riferimento a solidi e rigorosi costrutti teorici, denotava
un atteggiamento di fondo verso il prossimo di grande
apertura, disponibilità ed ottimismo, ingredienti
fondamentali per un rapporto empatico ed incoraggiante; la
Società scientifica da lui fondata, dopo la scissione da
Freud, aveva caratteristiche di apertura sia per
quello che riguarda la composizione, essendo frequentata
anche da non medici, sia a proposito dei temi affrontati
nelle discussioni, che spaziavano in aree diverse dalla
medicina avendo sempre come riferimento di base il quadro
sociale; lo stile con il quale ha interpretato la sua vita
sembra ben rappresentare la complessa struttura della sua
teoria, inoltre, l’acume clinico gli permetteva di
raggiungere le profondità dei tortuosi intrecci psicologici,
ed era vissuto con partecipazione e vicinanza, presenza e
condivisione, reciprocità ed impegno; e da ultimo il
concetto chiave della speculazione psicologica adleriana,
che Adler stesso definisce « il sentimento per la comunità è
lo scopo che ci guida, la condizione ideale, mai
raggiungibile nella sua completezza, ma che continuamente ci
addita la strada da seguire. Questo sentimento, che trae la
sua forza dalla logica dell’esistenza sociale, favorisce e
benedice quelli che lo seguono e punisce quelli che deviano
o che gli sono ostili. La sua crescente influenza nella vita
dei popoli crea gli adattamenti sociali e attenua il bisogno
della vita eterna, rafforzando i deboli, sostenendo quelli
che cadono, correggendo quelli che sono stati tratti in
errore. L’umanità, che si è assunta l’incarico di fare di se
stessa il centro delle cose terrene e persino degli eventi
cosmici, può raggiungere le sue mete solo se il bene fisico
e spirituale di tutti è considerato come il fattore
principale di tutti gli eventi della vita » ( in Bottome,
1939 ).
Quei progetti sociali che oggi si rivolgono al cambiamento e
al riscatto di popolazioni grandi e piccole e di soggetti,
fanno spesso riferimento alla "prospettiva psicosociale". Il
termine è entrato nel linguaggio condiviso della
cooperazione internazionale, degli interventi di sviluppo di
comunità, e della psicologia dell'emergenza. E' cosi diffuso
che è opportuno risalire alle radici semantiche di questa
espressione, che rischia in taluni casi di ridursi al solo
aspetto rituale. Per dirla con le parole di uno dei
fondatori dell'intervento psicosociale, Seymour B.Sarason,
al quale si riconduce anche l'introduzione della Psicologia
di comunità, "Psicologia significa studio della psiche
umana, nella gran parte dei casi studio della psiche
individuale. Cosa che, come l'amore, non basta ".
Il termine psicosociale sembra
quindi poggiare, innanzitutto, su una istanza etica, su una
forma di amore più estesa ed esplicita, quella che si
rivolge, oltre che all'individuo, alla società nel suo
complesso. Da un punto di vista teorico il termine
psicosociale rimanda direttamente all'ambito della
psicologia sociale, e quindi al concetto lewiniano di
"campo": un sistema di interdipendenza di fattori cognitivi,
emotivi ed ambientali che si definiscono « in azione ». La
visione specifica a cui il termine psicosociale fa
riferimento è quella dell'individuo nel contesto, e del
cambiamento, come di un processo che esalta la reciproca
influenza tra questi due fattori. Visione e metodologia «
psicosociali » ci costringono perciò a ragionare
costantemente di interazioni tra realtà, che sono
individuali, gruppali, organizzativo/istituzionali e
comunitarie. Lo psicologo che opera in questo quadro
concettuale è chiamato perciò a favorire, là dove sta
intervenendo, la costituzione e il mantenimento di un «
apparato per pensare la realtà », che sia complesso ed
interdisciplinare. Questo operatore coniuga le specifiche
competenze sui contesti con la consapevolezza e sicura
capacità di individuazione dei fattori psicodinamici che
investono tanto i singoli che le organizzazioni (
resistenze, obiettivi inconsci e fantasmi ). Ne deriva una
competenza che Gian Francesco Lanzara chiama «
l'intelligenza sui polpastrelli delle dita »: una
disposizione professionale che trae alimento dall'etica, ma
che si radica nella esercitata adozione di teorie e di
procedure.
Sono molti oggi ad affermare che il grande malato è il
legame sociale. La progressiva frammentazione dei legami
sociali e del senso di appartenenza, fenomeni visibili anche
nelle nostre
società opulente, assumono
livelli drammatici nelle comunità sconvolte da calamità o
guerre. E' sempre più complesso, e può diventare impossibile
per i soggetti identificarsi come parte di un contesto e di
un processo storico che consentano di individuare un posto
per sé nelle vicende generazionali. Lo studio della comunità
colpite da disastri e i progetti psicosociali elaborati ai
fini della loro ricostruzione costituiscono oggi un utile
campo di prova di teorie e metodi esportabili anche nelle
più modeste "situazioni di crisi" di casa nostra. Queste
esperienze, in particolare quelle sviluppatesi nella ex
Jugoslavia, hanno reso evidente come le esperienze
traumatiche colpiscano simultaneamente sia i singoli che le
comunità, le quali entrano in risonanza, e che occorre
ricostituire la funzione riparatoria di queste ultime per
accrescere le naturali capacità individuali di far fronte
agli avvenimenti. Nel progettare ed attuare un intervento
psicosociale occorre avere presente che cosa faccia di una
comunità una comunità. Lo psicologo e il terapeuta oggi
devono avere dimestichezza con categorie sociologiche e
antropologiche; saper cogliere il significato dei ruoli e
delle generazioni; far appello a competenze collettive ad
affrontare la nascita, la malattia, la morte; integrare il
lavoro psicologico con il sistema di rituali, di festività,
di credenze e religiosità; valorizzare gli elementi umani,
fisici e simbolici nei quali si « deposita il senso di
appartenenza ».
L’intervento psicosociale si riferisce in particolare a tre
grandi ambiti di sofferenza direttamente collegabili agli
eventi catastrofici, ma riconducibili anche alla natura
stessa dell’essere umano :
·
una sofferenza legata alla grande ambivalenza
umana, sempre spinta al desiderio di una affermazione e
legittimazione individuale, ma bisognosa allo stesso tempo
di riconoscimento
e di considerazione sociale;
·
una sofferenza civile che riguarda la
consapevolezza della grande debolezza e vulnerabilità
umana, per cui alcuni, in relazione ad eventi relativamente
accidentali, periscono, o patiscono gravi conseguenze, ed
altri, mossi almeno un po' dalla condivisione dello stesso
stato emotivo, per esperienza ovvero per sensibilità,
accorrono e si prodigano, negli incidenti o nelle situazioni
di emergenza, per alleviare la sofferenza altrui ma forse
per rispondere, o almeno tentare di farlo, anche alla
propria;
·
una sofferenza che vorremmo definire
psicosociale legata alla profonda crisi che attraversano il
nostro mondo e la nostra società in relazione alle grandi
pressioni esercitate dall'aumento del potere e della
possibilità di controllo ( sul mondo e sugli uomini )
attraverso sempre nuovi e sofisticati strumenti ( la
comunicazione e la tecnologia ), senza che ci sia
parallelamente una crescita etica e di valori che permetta
di equilibrare gli effetti dello sviluppo, evitando le
ripercussioni negative sul grande ecosistema terrestre ( e
sui più piccoli nello specifico ), e su grandi fasce di
popolazioni ( o su più piccole minoranze ).
Occorre però considerare che a queste sofferenze
esistenziali si aggiungono le specifiche sofferenze legate
alle situazioni ed ai contesti di emergenza. Anche queste
sofferenze riguardano la comunità intera che viene colpita
ed in più quelle persone che a vario titolo sono coinvolte (
soccorritori, familiari lontani, spettatori impotenti,
sopravvissuti ). Condividendo Ranzato et al. ( 2003 )
vorremmo sottolineare l’importanza di aspetti fondamentali
nella programmazione di interventi operativi :
·
la sofferenza di un sopravissuto ad una
catastrofe non è una malattia e non va medicalizzata;
·
le emozioni che succedono ad un evento
traumatizzante, non solo sono reazioni normali ma anche
reazioni funzionali al superamento della situazione vissuta;
·
il tempo può aiutare a guarire e sono legittime
le difese temporanee di rimozione;
·
bisogna lasciare al lutto tutto il tempo
necessario alla sua elaborazione;
·
il genitore e le figure accudenti sono la
medicina del bambino in caso di grave disastro;
·
la comunità ha in se stessa risorse importanti
per aiutare i suoi membri a sopravvivere anche
psicologicamente.
Al cospetto di dolori e devastazioni, individuali e di
comunità, che accadono nel nostro tempo, Alfred Adler e le
sue teorizzazioni, sembrano ricondurre ad un discorso di
responsabilità. Una responsabilità civile e morale della
persona, ma anche una responsabilità etica e professionale,
in particolar modo nei contesti di emergenza. L'evidenza di
un bisogno di assunzione di responsabilità soggettiva ci
sembra possa essere ripreso nei seguenti punti :
·
la responsabilità individuale è compresa nel più
ampio ambito della partecipazione al cambiamento. Tale
cambiamento implica elementi diversi, evolutivi ( come per
l'importanza di stare vicini ad un bambino che cresce ),
ricostruttivi ( come quando bisogna raccogliere ciò che
rimane dopo una devastazione, fisica o psicologica, e
tentare di ristabilire un senso della vita ), critici ( nel
senso della disponibilità a rimettere in crisi le certezze e
le cose ormai scontate, per una aspirazione ulteriore di
benessere e di equilibrio ) e che a volte possono anche
comparire insieme, diversamente miscelati, nelle stesse
situazioni. E ogni cambiamento, ogni elemento contrattuale,
ogni crisi, genera conflitto. Il fattore importante è la
possibilità e la capacità di affrontarlo;
·
la responsabilità individuale si può ricondurre
alla connotazione collettiva e sociale del
dolore. Coloro che soffrono
propongono, debolmente ma autorevolmente, una condivisione
dello stato di malessere, in considerazione della
sostanziale condivisione del limite della condizione umana.
Una sollecitazione a tutte le persone ad intervenire, in
modo solidale, sulle cause radicali della sofferenza,
secondo i caratteri della reciprocità ed intersoggettività,
attraverso la compassione ( soffrire insieme );
•
la responsabilità
potrebbe essere, specie per le comunità e per chi lavora
nelle situazioni di
emergenza, la proposta di
esporsi alla colpa. Certo chi ha accettato una sicurezza
rigida ed onnipotente; chi ha accettato la delega totale di
autonomia e libertà rinunciando, per i motivi più vari,
intrapsichici o culturali, ad essere autentico; chi ha
deciso di abbracciare gli orientamenti iperindividualistici,
come compensazione dei sentimenti di inferiorità ed
inadeguatezza; chi ha scelto il principio del piacere e del
tutto e subito, ritenendoli preferibili a ciò che, solo nel
tempo e dopo processi densi di coraggio ed impegno, riesce a
dare senso alla vita; tutti questi potrebbero rappresentare
più le vittime della crisi delle fondamenta della civiltà,
che non quella parte di persone in grado di rischiare per il
cambiamento. Ma crediamo tutto dipenda da come si è fatti e
dalle esperienze ( anche formative e culturali ) che si sono
fatte, rispetto al sentirsi o meno coinvolti in una
responsabilità di questo tipo.
Alla luce di quanto detto osserveremmo che, in particolare
nei contesti di emergenza, il tema dell’attribuzione della
responsabilità, varia molto a seconda di come ci si sente
coinvolti rispetto agli elementi sopra esposti ed in maniera
che definiremmo trasversale riguardo ai diversi attori che
entrano in scena. Certo una grande parte di incidenza e di
formazione sul senso di responsabilità ce l'hanno i
governatori del mondo ma in questo senso sembra esserci una
paralisi politica, una difficoltà ad intuire o prevedere
scenari di composizione sociale del futuro ed un troppo
scarso senso del bene comune .
Crediamo allora che si possa ripartire dall'individuo, ed in
qualche modo dalla natura più profonda di ogni essere umano.
Abbiamo potuto apprezzare, recentemente, la ricchezza e
l'originalità del lavoro e dell'esperienza degli operatori
del soccorso, volontari e non, laureati e specializzati per
far quel tipo di lavoro o semplicemente addestrati al primo
soccorso. Certo le diversità sono enormi ma ci sembra che un
elemento possa accomunare parecchi di loro : la motivazione,
quello che li ha spinti a scegliere di fare proprio quel
lavoro o quel servizio, nei momenti più complicati e
delicati dei loro interventi diviene una risorsa. Questa
motivazione ha molte componenti sia di tipo interno che
provenienti dall’esterno; una di queste ci sembra si possa
identificare con il bisogno di dare una risposta, con il
bisogno di prendere una posizione o meglio di seguire una
strada che è opposta rispetto a quella che prendono gli
altri, questa potrebbe essere l'immagine : in uno scenario
di emergenza tutti corrono cercando di allontanarsi, i
soccorritori, certo anche gli spavaldi, certo anche col
cuore in gola, certo un po' anche senza rendersi conto del
pericolo ( anche psicologico ) corrono dall'altra parte
vanno incontro alla crisi, vanno incontro allo sgretolamento
delle certezze.
Intervenire sul piano
psicologico nelle situazioni di emergenza presuppone un
atteggiamento ed una disposizione verso gli altri autentica
e consapevole, ed una specifica formazione teorico – pratica
non soltanto sulle situazioni e sugli altri, ma anche su se
stessi e sulle proprie motivazioni e reazioni. Allo stato
attuale di sviluppo della disciplina è possibile individuare
protocolli e linee guida piuttosto rassicuranti, ma le
situazioni di crisi, per loro stessa definizione, richiedono
atteggiamenti morbidi ed adattabili, in grado di aiutare a
tollerare lo straripante senso di invasione e di impotenza
che l’evento negativo inatteso genera.
Gli ambiti di intervento sono a
diversi livelli dei vari nodi della rete delle persone, dei
gruppi e delle organizzazioni implicati, e variano al
variare delle diverse fasi di una emergenza, con il bisogno
e l’attenzione al fatto che siano il più possibile
coordinati :
·
nei confronti delle vittime e dei sopravvissuti
l’intervento psicologico non mette al centro dell’attenzione
una patologia da curare tipica della funzione psichiatrica,
ma una normalità da preservare e valorizzare anche in
situazioni estreme. Da un modello prevalentemente centrato
sul trauma ci si deve orientare ad un modello
prevalentemente centrato sulle funzioni adattative ed
evolutive degli individui e dei gruppi;
·
nei confronti dei soccorritori sarebbe molto
importante sviluppare stabili integrazioni professionali,
che partendo sin dai primi momenti della raccolta della
disponibilità e della selezione, si sviluppano seguendo
linee formative convergenti e di reciproco rinforzo, per
arrivare alla cooperazione ed al lavoro fatto insieme sia
sul piano organizzativo che sul sostegno agli aspetti
emotivi;
·
nei confronti delle organizzazioni coinvolte (
amministrazioni locali, forze dell’ordine, volontari, mass
media ) potrebbe risultare determinante una funzione di
coordinamento e di agevolazione della comunicazione.
Occorre diversificare e specificare sempre bene chi deve
fare cosa, pur considerando le difficoltà delle situazioni.
Questo anche alla luce del fatto che, in molte fasi e
situazioni, il lavoro in emergenza viene svolto fianco a
fianco con persone di formazione e cultura anche molto
diverse. Ecco allora che del bagaglio formativo devono far
parte gli ambiti transculturali e psicosociali insieme a
quelli di comunità della psicologia.
Quello che Alfred
Adler ci ha lasciato, rispetto alla psicologia nelle
situazioni di emergenza, ma forse non soltanto rispetto a
questa, è anche un modo di porsi nei confronti del mondo
esterno, in maniera da prestare ascolto alla sofferenza
degli altri attraverso il riconoscimento della nostra
sofferenza, consapevoli di poterci fare qualcosa insieme.
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