IL POTERE E LE
DIVERSE STRUTTURE FAMILIARI. IL DIFFICILE CONFRONTO NEI
PROCESSI MIGRATORI
Anna Raffaella Belpiede
Visti i limiti di tempo, sollevo delle aree di analisi solo
per punti, e mi scuso per la schematicità che ne deriva
Introduco,premettendo che dal mio angolo di lettura ogni
società produce un modello di struttura familiare.
Quando parlo di struttura familiare mi riferisco al tipo di
organizzazione( mononucleare, famiglia di lignaggio, ecc),
alle modalità di affiliazione familiare come
rappresentazioni e come interazioni, alle relazioni di ruolo
tra gli adulti, alle relazioni di genere e
intergenerazionali, alla distribuzione e alle modalità di
contrattazione del potere, ai modelli di trasmissione.
Sottolineo che si tratta di aspetti che sono strutturati e
convalidati dal contesto sociale d’appartenenza, ma sono
aspetti che le persone hanno profondamente interiorizzato.
Le strutture familiari come le società sono dinamiche,
sono realtà in movimento, soprattutto nelle fasi di
transizione della società, la loro stessa dinamicità, è in
relazione alle trasformazioni e ai ritmi di trasformazione
della società di appartenenza. Trasformazioni che possono
essere determinate da molteplici variabili, economiche,
sociali, politiche, culturali, identitarie, spesso presenti
contemporaneamente. Come riferimenti a processi di
trasformazioni conosciute, cito esempi noti, quali le
trasformazioni nelle strutture familiari che si sono
verificate in certe realtà occidentali dopo la rivoluzione
industriale, e quelle che si verificano dopo perpetuati
genocidi, o in secoli di apartheid, o nei processi
migratori.
Al contrario di diverse società del sud del mondo, le
società occidentali, nell’epoca della modernità, per
molteplici e complesse cause, hanno in atto processi
accelerati di cambiamento delle strutture familiari.
Attualmente, ad esempio, nelle grandi città soprattutto del
nord Europa, si evidenzia sempre più frequentemente il
passaggio da un organizzazione familiare mononucleare( la
coppia genitoriale) a un organizzazione plurinucleare,(
padri e madri separati, rispettivi conviventi e figli
acquisiti), un grande cambiamento che incide nella struttura
dei ruoli e nella distribuzione e gestione del potere, nella
dinamica relazionale e affettiva,ecc. Un cambiamento che è
sotto i nostri occhi, ma che non è stato sufficientemente
analizzato.
Nei processi migratori incontriamo diverse tipologie di
famiglia, molteplici sono i percorsi di trasmigrazione
familiare e le modalità di costruzione di nuovi nuclei
familiari nell’immigrazione, ma resta la variabile che il
nucleo familiare, in queste situazioni è sottoposto,
obbligatoriamente e dall’esterno, a dinamiche di
cambiamento accelerate. E trattandosi di cambiamenti che
attengono alla sfera dei vissuti profondi, dei codici
culturali interiorizzati, sono particolarmente sofferti e
di difficile gestione.
Schematizzando e purtroppo semplificando, rilevo che la
persona migrante nella nuova realtà fa i conti con tre
fondamentali variabili psicosociali:
1) la profonda interiorizzazione della dinamica
relazionale e affettiva della famiglia che lo ha generato;
2) il forte condizionamento della famiglia di origine,
un condizionamento che definirei “materiale”, strutturale.
Per il migrante la famiglia di origine è risorsa, sicurezza
affettiva e identitaria, un legame fondamentale per far
fronte alla solitudine e alle durezza dell’impatto con la
nuova realtà; ma frequentemente questo rapporto ha un costo
elevato, il migrante, per poter garantire il sostentamento o
il miglioramento delle condizioni di vita del nucleo
d’origine, è costretto a lavorare duramente e alle peggiori
condizioni. Inoltre la famiglia d’origine, a distanza,
condiziona la vita di molti migranti, e mantiene un forte
controllo sociale sulle scelte fondamentali!
E’ fondamentale per noi operatori del sociale conoscere le
modalità di strutturarsi della catena migratoria dei diversi
gruppi di popolazioni migranti, nei suoi aspetti materiali,
comunicativi, relazionali, oltre che di rappresentazioni;
3) quotidianamente il migrante si confronta
conflittualmente con una differente organizzazione
sociale e con nuovi modelli di comportamento delle famiglie
nel paese di immigrazione. La diversità dalle
rappresentazioni interiorizzate, e il difficile confronto
con la nuova realtà, producono forti tensioni,
frequentemente dolorose rotture, ma anche trasformazioni, e
ricostruzioni.
Sempre schematicamente, se proviamo a leggere i presupposti
fondamentali su cui si fonda la nostra società rileviamo
che l’epoca moderna ha svincolato l’individuo dalla sua
appartenenza familiare, la nostra società produce
prioritariamente individui, anche i figli sono individui,
soggetti di diritti e contrattualità, definiti e regolati
dallo stato; nella società occidentale odierna la
famiglia è un articolazione dello stato e in ultima
istanza, i figli appartengono allo stato sociale. Possiamo
cogliere meglio questo processo quando la famiglia è in
gravi difficoltà, in questa situazione si assiste
all’intervento diretto dello stato sociale, attraverso le
sue diverse articolazioni (l’istituzione scolastica, i
servizi sociali e le agenzie collaterali, il tribunale).
Nelle situazioni conflittuali, lo stato interviene
pesantemente nella dinamica familiare e la determina ( con
le decisioni di affidamento, di adozioni,ecc). I figli
nella nostra società sono al centro delle relazioni
familiari: il nostro sguardo è proiettato sui figli e sul
futuro
Ma se analizziamo le famiglie in altre società del sud
del mondo, possiamo renderci conto che le strutture
familiari sono totalmente diverse. In molte realtà del mondo
africano, per esempio, la famiglia è una struttura
larga e complessa, fondata sul lignaggio, ovvero un
gruppo di filiazione, unito dalla discendenza da un
antenato/a, che può raggruppare anche 100,200 persone. Ed in
questa filiazione domina il legame di consanguineità. La
famiglia è una struttura fortemente ruolizzata, la
persona non è individuo ma parte di una comunità
familiare, i compiti e le responsabilità familiari sono
condivisi, protezione e controllo verso i figli è un compito
primario della famiglia. Gli anziani, e in specifico la
madre, il padre, mantengono un ruolo di potere gerarchico
primario, indipendentemente dall’età dei figli, anche se a
loro volta sono diventati genitori: la genitorialità è
centrale non i figli, il nuovo nucleo familiare è solo
un’articolazione della famiglia estesa. Lo sguardo
quindi è rivolto verso il passato. Le tensioni, i
conflitti, anche le separazioni, sono oggetto della
contrattazione interna alla famiglia larga, il matrimonio è
una unione tra gruppi familiari e la famiglia ha una
totale autoreferenzialità rispetto allo stato.
Negli attuali processi migratori le famiglie, le persone,
immigrate da queste realtà, come ho già detto,
portano interiorizzate queste strutture e modalità di
interazione, e si portano dietro anche la pressione
della famiglia d’origine.
Ma nel confronto quotidiano con una realtà radicalmente
diversa, sorgono i conflitti: a)anzitutto interni
alla persona e poi al nucleo familiare, spesso dovuti ai
cambiamenti di ruolo e di potere nella coppia, e tra
genitori e figli. Ad esempio in molte famiglie rileviamo che
le donne si emancipano, diventano il sostegno primario della
famiglia, acquisiscono autonomia in molti campi, sostenute
dall’ organizzazione della nuova realtà sociale, gli uomini
frequentemente sono in perdita di ruolo sociale, senza
lavoro o con lavori saltuari, i figli, scolarizzati,
diventano in fretta più istruiti sulla nuova realtà,
assumendo ruoli da intermediari, e mettendo in crisi ruoli,
valori e tradizioni familiari. Veri e propri capolgimenti
che incidono sulla rottura dell’involucro culturale, e
possono mettere in crisi profondamente l’ identità delle
persone.
b) quando il conflitto cresce, e si esteriorizzano le
tensioni, frequentemente, nasce lo scontro con le agenzie
e le istituzioni dello stato sociale.
Gli operatori sociali occidentali, non possedendo adeguati
strumenti di lettura dei codici culturali altrui, spesso
leggono e agiscono questi processi attraverso le proprie
lenti culturali. Un effetto distorto di questi interventi
è, per esempio, quello di annullare il processo di
contrattazione familiare interno. La donna africana che
chiede aiuto ai servizi, spesso usa le istituzioni come
userebbe la madre, la suocera, più o meno consapevolmente
chiede protezione, sostegno nella contrattazione con il
marito, ma, spesso l’operatore non ha gli strumenti di
lettura e di intervento per agire.
Se il conflitto non tiene conto dei codici culturali
interiorizzati dalle persone, rischia lacerazioni,
degenerazioni, e sostituzionismi con effetto boomerang.
Ad esempio, ho già avuto modo di rilevare che nei conflitti
violenti di coppia, mentre i processi messi in atto dai
servizi sociali portavano a denunce e separazioni
giuridiche, la donna, che non aveva maturato personalmente
quella strada, rientrava a casa.
Per ciò che concerne i figli dei migranti che
crescono nella nostra società, evidenzio che si trovano
sospesi tra due mondi ( quello di appartenenza dei
genitori e il nostro), due miti interiorizzati ed
affettivamente significativi.
E’ importante conoscere ed entrare in questa dinamica. Se
il mondo d’origine dei genitori viene semplicemente
sostituito e negato, si possono creare false emancipazioni
dei ragazzi. Per ciò che concerne l’area dei modelli
educativi e dei metodi di sanzionamento dei minori, mi è
successo frequentemente di rilevare che il minore è attratto
dai nostri costumi e li usa per proteggersi, ma nello stesso
tempo ha interiorizzato i metodi genitoriali, e questo lo
porta a svalutare di fatto le nostre pratiche e a
invalidarle continuamente.
I figli dei migranti hanno come fondamentale problema quello
di radicarsi, di mettere radici in una realtà, sicuramente
in quella in cui vivono, ma hanno bisogno di farlo senza
rimuovere il confronto e la contrattazione con l’altra
realtà interiorizzata, quella dei genitori, anche quando non
ne sono consapevoli. E’ un passo necessario perché possano
elaborare un proprio cammino.
Nella nostra realtà sempre più multiculturale, gli
educatori, a vario titolo,sono chiamati a sostenere queste
dinamiche, è pertanto fondamentale che acquisiscano nuovi
strumenti di lettura per mettere in atto processi di
mediazione interculturale nelle relazioni d’aiuto con
minori, adolescenti, famiglie, processi che s’iscrivano in
una dinamica di ricerca.

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