L’utilizzo positivo del Potere:
Alleanze per Crescere
(The positive employment of power – Alliances for growing)
Dott. Guido Fulcheri
Dott.ssa Liliana Bo
Secondo Alfred Adler il potere per essere considerato
positivo deve essere sostenuto dal sentimento sociale. Se
quest'ultimo manca oppure è insufficiente, siamo allora in
presenza di una compensazione nevrotica che porta
l’individuo a ricercare il potere per motivazioni egoistiche
e non per il bene della collettività.
Una riflessione tipica della psicologia positiva, è quella
in cui si cerca di capire se cooperare, collaborare ed
essere altruisti sono predisposizioni istintive, sociali o
spirituali.
Il XX secolo appena trascorso è stato testimone di eventi
storici, caratterizzati dall’utilizzo assoluto del potere,
che hanno segnato uno svolta decisiva nella sorte politica e
sociale di intere nazioni, con un’influenza molto forte
sulla sorte dei singoli cittadini.
Ogni relazione basata sul potere, specialmente quando è
continuativa, trova la sua base di legittimazione, in altre
parole una giustificazione che consente sia a chi comanda e
sia a chi ubbidisce di considerare il potere come legittimo.
Il potere, quando è o appare legittimo, è definito autorità.
Secondo Max Weber l’autorità non è altro che un potere
consolidato che si basa su usanze e valori che lo confermano
ed nel capitolo del testo “Economia e Società” intitolato la
“Sociologia del Potere”, descrive il potere come “la
possibilità a seguito di specifici comandi (oppure per
ogni comando di qualsivoglia natura) di ottenere
l’obbedienza da uno specifico gruppo di persone”.
La nascita e la caduta del nazismo, l’espansione della
dittatura comunista su numerose nazioni dell’Europa
centro-orientale, la diffusione del marxismo in altre
nazioni dell’Europa, dell’Africa, dell’America Latina e
dell’Asia, sono state tutte espressioni di un utilizzo
egoistico e distruttivo del potere che non ha tenuto conto
del bene della collettività.
Inoltre il passaggio tra il XX ed il XXI secolo è stato
contrassegnato dal funesto dilagare del terrorismo, di cui
l’abbattimento delle torri gemelle di New York ne ha
rappresentato l’espressione più impressionante del nuovo
secolo.
Dall’ultimo ventennio del secolo scorso abbiamo assistito
alla nascita di ulteriori e differenti forme di potere,
rappresentate dalle possibilità di automanipolazione che
consente all’uomo di creare se stesso, dal potere dei Media
che possono creare e distruggere con facilità l’essere
umano, dal potere del successo individuale che talvolta
sfrutta la collettività esclusivamente come palcoscenico per
potere meglio rappresentare se stesso.
Viene spontaneo chiedersi perché l’essere umano che, a
partire dal secolo scorso ha avuto grandi opportunità di
crescita ha utilizzato in modo tanto distruttivo il suo
potere.
Considerando il fenomeno secondo i presupposti della
Psicologia Individuale, possiamo affermare che la spinta
all’ideale di superiorità non è stata adeguatamente sorretta
dal sentimento sociale, che secondo Adler è un’attitudine
innata attraverso la quale l’individuo diventa sensibile
alla realtà che, fondamentalmente è la realtà sociale.
[Il senso d'inferiorità in cui nasce e cresce il bambino
agisce in lui come stimolo costante a trovare un compenso
che gli garantisca adattamento all'ambiente e sicurezza di
vita e di azione. Egli finge così dei punti fissi che in
realtà non esistono ma che gli servono per aggrapparsi e
salire. Sono essi che danno continuità alla sua linea di
condotta e al suo stile di vita. La ricerca istintiva del
compenso anzi punta più in là del necessario, ad un
supercompenso, a motivo della precarietà e dell'instabilità
delle prospettive del futuro. L'uomo così è pungolato
dall'istinto di valere e di potere, che può degenerare
nella prepotenza se non è opportunamente inserito nella
società e accordato colle esigenze che ne derivano.]
ALFRED ADLER
(1)
Che l'uomo sia primariamente un essere sociale fu ribadito
più volte e Il suo bisogno di appartenenza e di
partecipazione, che nella sua più pura realizzazione fu
chiamato da Adler «il sentimento sociale» è stato fatto
oggetto di attenta analisi da parte della psicologia
individuale.
“Sentimento sociale” non significa la paura di conflitti o
addirittura la negazione di essi, ma «dedizione per
principio, la quale è comprensibile come contatto, vicinanza
e apertura al mondo, alla vita e ai propri simili». (2)
E’ questo lo scopo di ogni sviluppo umano. Il sentimento
sociale è inoltre non antitetico all'autorealizzazione.
Serve i propri simili non colui che s'abbandona
sconsideratamente, ma, colui che si dona consapevolmente.
(3)
La psicologia individuale considera individualità e
socialità, autorealizzazione e apertura sociale,
affermazione di sé e dedizione, come realtà che si limitano
a vicenda dialetticamente (4), avvicinandosi così alla
concezione di identità della psicologia sociale.
[L'uomo singolo per la sua costitutiva insufficienza a
vivere in autonomia è necessariamente sottoposto ai
condizionamenti della società, che sono altrettanto cogenti
per la sua vita psichica quanto quelli del cosmo per la sua
vita organica. La sua azione porta dunque sempre
l'impronta della comunità in cui vive, ed è su questa base
socio-psicologica che Adler tenta di spiegare l'universalità
della scienza, dell'arte, dell'etica e della religione.]
ALFRED ADLER (1)
Che cosa ha impedito quindi all’uomo di implementare la sua
sensibilità sociale?
Dall’analisi degli avvenimenti del secolo appena trascorso
pare che il sentimento sociale per potersi affermare
pienamente abbia necessità di muoversi in un contesto di
grave pericolo per la sopravvivenza dell’umanità. Se in un
contesto di guerra l’umanità pare riscoprire la dimensione
della solidarietà e della collaborazione che la spinge ad
unirsi ai suoi simili per fronteggiare un pericolo esterno,
perché in un contesto di pace e di benessere economico
l’individuo agisce come se fosse onnipotente e potesse fare
a meno dei suoi simili?
Se, come afferma Adler il sentimento sociale è innato, qual
è la causa dell’atrofia del sentimento sociale? Dopo la
devastazione delle guerre l’umanità ha dovuto avvalersi
della volontà di potenza collettiva per ricostruire: una
volontà di potenza però unita al sentimento sociale, che ha
permesso di ridisegnare e di riscoprire, almeno in
occidente, l’equità e la giustizia sociale.
Il raggiungimento del benessere economico che ha
contraddistinto l’Occidente negli ultimi decenni del XX
secolo, sembra invece avere sviluppato soltanto la volontà
di potenza, che ha spinto l’uomo a conquistare in modo
egoistico sempre nuove vette, dimentico dei bisogni della
collettività.
Una tra le possibili risposte potrebbe essere cercata in
ambito filosofico, ed in particolar modo nella filosofia
occidentale, risalendo alla rivoluzione di pensiero operata
da Cartesio con il “cogito ergo sum”. Nel periodo
precartesiano il cogito era subordinato all’esse
, che era considerato qualcosa di primordiale. Con
Cartesio il cogito, il “pensare” assume un ruolo di
primo piano, e l’ens cogitans diventa primordiale.
Dopo Cartesio la filosofia diventa scienza del puro
pensiero, e tutto ciò che è esse rimane nel campo del
cogito, come contenuto della coscienza umana.
Il bisogno dell’uomo di spiritualità, di trascendenza, viene
ridotto ad un’attività di puro pensiero, che trova la sua
massima legittimazione nella filosofia illuminista. Anche il
concetto di Dio è ridotto ad un’attività di puro pensiero,
un’elaborazione dell’intelligenza umana.
In questo modo sono crollate le basi della filosofia morale,
che consente di operare una distinzione tra bene e male: la
percezione del male esiste soltanto se esiste un bene, ed il
bene deve avere un significato assoluto, che può essere
identificato soltanto in Dio, il Sommo Bene per definizione.
Rinnegando la spiritualità, l’essere umano è rimasto solo,
solo come creatore della propria storia e della propria
civiltà, solo a decidere ciò che è bene e ciò che è male.
In quest’ottica egli può anche decidere della vita o della
morte di altri esseri umani.
Se l'individuo ha sufficiente sentimento sociale cerca
sicurezza non a spese di altri, ma collaborando con altri e
per il bene di tutti (compensazione del sentimento di
inferiorità mediante il sentimento del proprio valore, che
nasce dal rispetto e dal riconoscimento di cui s'è fatti
oggetto da parte di altri).
Se invece l'individuo ha un sentimento sociale inadeguato,
ricorrerà a metodi attivamente aggressivi, o passivamente
regressivi, per trovare la propria sicurezza dominando su
altri (mancanza di compensazione mediante una ricerca
nevrotica di potere).
Nella prospettiva della psicologia individuale, quindi, ogni
ricerca di potere appare come il tentativo sbagliato (spesso
inconscio) di compensare un'impotenza di cui si fa
esperienza reale (ma che non necessariamente è reale). La
ricerca di potere può far ricorso apertamente a
comportamenti distruttivi, ma si può anche nascondere, nel
qual caso un'impotenza ostentata (infantilismo,
subordinazione, malattia, umiltà, suicidio) diventa lo
strumento operativo di un segreto esercizio di potere (5).
Il
sentimento sociale è inequivocabilmente uno dei
valori dominanti dell’adlerismo, tale da costituire un
fondamento etico sia in un’analisi sociologica istituzionale
, sia nella dimensione terapeutica individuale (8).
Come abbiamo detto pocanzi, essendo stato «il sentimento
sociale» fatto oggetto di attenta analisi da parte della
psicologia individuale, riportiamo di seguito alcune
osservazioni degli
Ansbacher:
“…Il sentimento comunitario non è innato, almeno non come
entità pienamente sviluppata, ma lo è come potenzialità che
deve essere sviluppata consciamente. Quindi non possiamo
fare affidamento sul cosiddetto istinto sociale, poiché la
sua manifestazione dipenderà dalla visione o concezione che
il bambino ha dell’ambiente…” (6).
Sempre Adler afferma :“L’espressione sentimento sociale ha
per noi un significato diverso da quello che le
attribuiscono altri autori. Non è certo erroneo parlare di
sentimento, ma si tratta di qualcosa in più: è un
atteggiamento valutativo verso la vita …vedere con gli occhi
di un altro, udire con le orecchie di un altro, sentire con
il cuore di un altro” (7).
Pertanto l’empatia, la cooperazione, il comprendere sono
determinanti per forgiare un rapporto armonico con
l’universo (8).
Per Adler, il nostro modo di vivere quotidiano, di pensare,
di agire, essendo legato al sentimento comunitario, è
giustificato se universalmente riconosciuto e la sua “voce
ammonitrice, irrompe di continuo alla nostra coscienza” (9).
Nel capitolo del libro “OTTIMISMO – La risposta della
psicologia alla voglia di vivere”, intitolato “Dare un
contributo: il senso adleriano della vita”, lo psicologo
Pasquale Ionata, ricorda che quando si parla di grandi della
psicoanalisi ci si dimentica purtroppo di un autore come
Alfred Adler, autentico gigante in fatto di psicologia del
servizio e della solidarietà (10).
Il coraggio dell’uomo nell’affrontare tutti i problemi della
vita può essere traslato nel giudizio seguente:
“ La vita significa: interessarmi ai miei simili, essere una
parte del tutto, dare il mio contributo al benessere del
genere umano”.
E’ in questo concetto che noi troviamo il parametro comune a
tutti i “significati della vita” sbagliati , e il
parametro comune a tutti i veri “significati della
vita”.
Determinante sarà l’esperienza primaria del bambino con la
madre e con l’ambiente in genere a qualificare le future
possibilità di alleanze per crescere.
Ci sono sempre stati degli uomini i quali sapevano che il
significato della vita è quello di interessarsi all’umanità
nel suo complesso e cercano di sviluppare l’impegno sociale
e l’amore fra gli uomini.
In tutte le religioni noi troviamo questa sollecitudine per
la salvezza dell’uomo.
In tutti i movimenti mondiali più grandi gli uomini hanno
lottato per aumentare l’impegno sociale, e la religione
rappresenta forse il tentativo più importante per realizzare
questo impegno.
Ecco che la psicologia individuale scende in campo per
sostenere queste verità sulla solidarietà tra gli uomini;
scrive Adler: “ Il concetto di virtù deve essere legato alla
collaborazione…Il sentimento sociale tende verso forme di
collettività da intendersi come eterne, e da immaginarsi
come il culmine dello scopo di perfezione dell’umanità”.
(10).
Quando Adler parla della meta di perfezione dice che
“l’anima umana come parte del movimento della vita, è dotata
della capacità di partecipare all’elevazione, alla
perfezione e al completamento”.
Il pensiero di Adler è metafisico, e come tale persegue un
obiettivo molto più ampio ed etico. Il sentimento sociale
come movimento verso il bene della collettività non può
prescindere da contenuti etici e metafisici e deve,
attraverso la distinzione fra bene e male, perseguire la
verità che porta alla libertà.
Bibliografia:
(1)
Alfred Adler
(2) Antoch 1981
(3) Seidenfuss 1981
(4) Sperber 1978
(5) Wolfgang Bartholomaus
(6) Ansbacher e Ansbacher 1956
(7) Ansbacher e Ansbacher 1956
(8) C. Ghidoni 2004
(9) Ansbacher e Ansbacher 1956
(10) Pasquale Ionata 1998

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